Sandrini": "Gestione bottom up per l'e-learning"

PA DIGITALE

Il responsabile del Centro e-learning dell'Università di Teramo è convinto che "per funzionare la didattica digitale deve far parte di un piano di change management"

di Federica Meta
«L’e-learning sarà pure - e purtroppo - ancora la Cenerentola della nuova didattica, ma rimane comunque uno strumento utilissimo nei processi di change management e di innovazione della Pubblica amministrazione, adatto ad erodere dal basso ogni tipo di resistenza, culturale e organizzativa». Ne è convinto Mauro Sandrini, responsabile del Centro e-learning e coordinatore del progetto “Share” dell’Università di Teramo.
Stando ai numeri dell’ultimo report della Scuola superiore della PA ci sono ancora molti ostacoli alla diffusione dell’e-learning. Perché?
Perché viene utilizzato nel modo sbagliato. La maggior parte delle volte, nelle amministrazioni pubbliche soprattutto, le piattaforme di e-learning vengono scelte solo ed esclusivamente perché consentono di risparmiare, in termini di tempi e costi.
Invece?
Invece questo approccio risulta riduttivo e depotenzia il valore aggiunto di questo prezioso strumento.
Quale sarebbe questo valore aggiunto?
La sua capacità di diventare un importante driver di innovazione all’interno di un grande progetto strategico di change management, e quindi organizzativo e gestionale.
Sta dicendo che l’e-learning non è solo una modalità didattica?
Assolutamente no. Anzi, averlo interpretato in questo modo ne ha decretato quasi il fallimento. Finora nelle grandi organizzazioni pubbliche ci si è avvicinati ad esso considerandolo una summa di materiali didattici caricati su una piattaforma tecnologica performante dal punto di vista economico. A farne le spese è stata la qualità della relazione personale tra chi usufruisce dell’e-learning, allievo o docente che sia. La tecnologia non deve spersonalizzare il rapporto umano che è alla base di ogni programma formativo di successo.
Crede che sia più funzionale utilizzare una piattaforma di e-learning in modalità sincrona, cioè in aula?
Guardi, non si tratta tanto di utilizzare un supporto digitale per fare lezione in modo tradizionale. Quello che intendo dire è che i partecipanti ai corsi devono avere la consapevolezza di intervenire non solo ad un programma di aggiornamento, ma ad un progetto più ampio di innovazione della struttura nella quale lavorano, e cioè di change management. E questo si può fare solo recuperando la dimensione umana. Poi si può anche decidere di seguire le lezioni da casa via pc o studiare da soli al proprio desk. L’importante è che sia chiaro a tutti, allievi e discenti, l’obiettivo a lungo termine.
Chi ha la responsabilità di “spiegare” il change management?
Nelle pubblica amministrazione sono i dirigenti. Che però avviano quasi sempre piani di riorganizzazione strutturati dal basso verso l’alto, dimenticando la dimensione orizzontale, cioè il coinvolgimento dei dipendenti. In questo senso è necessario integrare la dimensione verticale con quella orizzontale e, per tornare a quello che dicevo prima, l’e-learning è un prezioso strumento. E poi c’è un’altra questione...
Sarebbe?
Quando si tratta di formazione è inutile e anche rischioso voler lanciare mega-piani. Sarebbe più utile applicare una metodologia bottom-up che, partendo da interventi microscopici che non impattano sull’amministrazione, né in termini di risorse né di organizzazione, arriva a creare una massa critica in grado di attivare un grande processo di cambiamento.
Chi organizza i corsi è spesso un dirigente con formazione tecnico-scientifica. Può bastare?
Vero è che spesso i corsi in modalità e-learning sono gestiti da manager pubblici con un curriculum prevalentemente tecnico-scientifico. Ma io credo che non basti quel tipo di skills per formare con successo. Sono convinto che vadano integrate anche competenze più umanistiche per dare ai corsi un respiro maggiore.

20 Luglio 2009