In house, Sacco: "Ripartire dalla governance"

L'INTERVISTA

L’esperto: "Spese locali troppo disomogenee, serve un forte coordinamento centrale"

di Antonello Salerno

"Il problema riguarda tutte le società regionali, non soltanto quelle dell’informatica. Stanno crescendo in termini di numero, di investimenti, di occupazione, ma non in termini di qualità dei servizi erogati". A manifestare i propri dubbi sullo stato in cui versano la maggior parte delle società partecipate dal pubblico in Italia è Francesco Sacco, ex componente della task force per l’agenda digitale di Francesco Caio, docente presso la Bocconi e l’Università dell’Insubria. Una situazione che si presenta anche per la maggior parte delle “in house” regionali dell’informatica e dell’Ict.
Professor Sacco, il fenomeno non si è fermato con la spending review?
In realtà spesso è stato un modo per aggirare la spending review, e per questo il Def prevede la riduzione da 8mila società a mille. Le società regionali nel 2013 sono diventate 403, l’anno prima erano 394, e danno in affidamento diretto 2,6 miliardi l’anno, mentre gli affidamenti a gara ammontano a 38 milioni di euro. Gli addetti sono passati da 7.526 a 8.603. In più le società regionali hanno visto crescere l’esternalizzazione dei servizi Ict con una media del 50%, e punte del 70%. Vuol dire che circa la metà dei servizi che vengono gestiti dalle in house viene esternalizzata, e questo mette in discussione qual è la loro natura: o sono stazioni appaltanti o sono un coagulo di competenze informatiche.
Quale potrebbe essere la soluzione?
Le best practice internazionali ci dicono che ciò che funziona sono i cosiddetti shared services: accorpare le competenze in informatica è facile, e consente di contenere le spese e alzare l’asticella dal punto di vista tecnologico, dando più spinta all’innovazione. Il fatto che le regole per il riuso non siano incentivanti fa sì che si continuino ad appaltare duplicazioni della spesa, che nell’informatica è totalmente disomogenea nella penisola: questo vuol dire è che è necessario un forte coordinamento centrale.
Come si è arrivati a questo punto?
Siamo andati nella direzione sbagliata. Invece di migliorare le cose, queste sono cambiate in peggio. La spesa Ict delle Regioni va dai 250 euro l’anno a cittadino della Valle D’Aosta ai 10 della Campania. Uno spende 25 volte l’altro, mentre per utilizzo dei servizi siamo al il 27% al di sotto della media europea per le famiglie che utilizzano Internet, e al 60% al di sopra per la percentuale popolazione che non ha mai utilizzato la rete. Le imprese che interagiscono con la PA tramite Internet, che nel 2004 erano al di sopra della media europea, nel 2011 sono passate al di sotto. Un crollo certificato da Eurostat, che dimostra che stiamo perdendo terreno rispetto agli altri Paesi dell’eurozona.
Qual è la causa di questa tendenza negativa?
Il vero problema è quello delle competenze: in un momento di forte discontinuità nel settore tecnologico queste aziende non sono rimaste aggiornate e non sono riuscite a rimanere sulla cresta. Hanno incentivi a essere competitive, a sviluppare e promuovere nuove tecnologie, nuovi servizi, nuovi approcci, o piuttosto tendono a conservare approcci sorpassati, tecnologie superate? Dovrebbero diventare centri di competenze, che appaltano all’esterno e governano i processi, il che sarebbe comprensibile, ma non giustificherebbe il numero dei dipendenti, oppure diventare shared services aggregandosi. Questo sarebbe davvero possibile per le Regioni che non hanno ancora una in house.
Quanto alla governance nazionale?
Dovrebbe dare un assetto e linee guida alle società regionali per la spesa, gli standard, le priorità e la qualità: a conti fatti i servizi che si devono erogare fanno parte di un’unica infrastruttura nazionale, come i pilastri del piano Caio hanno dimostrato.
Come può essere utile il riuso?
In teoria il riuso è una grande opportunità, e farlo è solo un bene, ma deve permettere di migliorare i servizi forniti, e non di distribuire manutenzioni. Oggi gli incentivi al vero riuso sono abbastanza modesti, e i progetti sviluppati per essere riutilizzati non sono tanti. Questo strumento dovrebbe essere ulteriormente incentivato, e la sua base dovrebbe essere sensibilmente allargata: soltanto così potrebbe dispiegare le proprie potenzialità nel contenimento della spesa e nell’innalzamento della qualità dei servizi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA 14 Maggio 2014

TAG: francesco sacco, società in house

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