Piacentini, la scommessa di Renzi sul fare digitale

L'EDITORIALE

Positivo l’accentramento a Palazzo Chigi delle leve della politica digitale italiana. Ora la scommessa è realizzare i piani di innovazione. E Matteo ne approfitta per stringere i rapporti con la Silicon Valley

di Gildo Campesato

Come coup de théâtre, è di quelli che valgono l’applauso a scena aperta. L’arrivo a Palazzo Chigi del vicepresidente di Amazon, Diego Piacentini, quale commissario di governo per il digitale e l`innovazione rappresenta l’ennesima prova delle vulcaniche capacità comunicative di Matteo Renzi.

Se l’annuncio ufficiale è lasciato ad uno scarno comunicato emesso al termine del Consiglio dei ministri, a bucare il web - oltre alla notizia in sé - è stato lo scambio di tweet fra il presidente del Consiglio italiano e Jeff Bezos, ceo e fondatore di Amazon.

Ai tweet Renzi è affezionato sin dal suo arrivo a Palazzo Chigi (con un certo scorno della stampa parlamentare), ma stavolta ha voluto comunicare qualcosa di più che non il nuovo chief information officer del governo. Ha tenuto ad evidenziare una certa familiarità con gli uomini simbolo della Silicon Valley.

Oggi Bezos. Ma appena qualche giorno fa il capo della Apple Tim Cook arrivato a Palazzo Chigi per annunciare gli investimenti della Mela a Napoli nel primo centro europeo per sviluppatori di app. Pochi giorni prima, sempre nella sede del governo italiano, Renzi aveva visto il ceo di Cisco, Chuck Robbins, che gli ha confermato un investimento di 100 milioni di dollari per stimolare l’innovazione nelle imprese italiane.

Insomma, Renzi vuol fare sapere a tutti che con i grandi della Silicon Valley, il cuore dell’economia digitale mondiale, lui è di casa. Il suo viaggio in California del settembre 2014  non è rimasto soltanto un episodio della memoria.

Bisogna ora vedere se l’innovazione sarà di casa anche in Italia. Ed è proprio per questo che Renzi si gioca la carta Piacentini. Una carta pesante, e non solo per il valore del personaggio coinvolto.  Il ruolo dell’attuale vice president di Amazon appare ben diverso da quello assunto dalle molte persone di fiducia provenienti dal mondo delle imprese di cui Renzi si è avvalso sin dal suo arrivo a Palazzo Chigi. Anche nel settore dell’innovazione.

Si pensi, ad esempio, a Paolo Barberis, che copre l’incarico di consigliere per l’innovazione di Renzi e che sinora ha coordinato le iniziative del governo, in particolare quelle legate al piano per l’Italia Digitale le cui prossime tappe realizzative (dopo il successo della fatturazione elettronica) sono ora l’appuntamento con lo Spid, l’identità digitale unica dei cittadini, e Italia Login, il casello di accesso ai servizi digitali di tutta la pubblica amministrazione italiana.

Stavolta, però, c’è una differenza rilevante: il compito di Piacentini sarà più “pesante”. Non si limiterà ad essere un “consulente”, ma sarà un “commissario”. Con poteri, dunque, ben definiti. Quali? Per saperlo bisognerà vedere il decreto di nomina. Che non è detto arrivi presto, visto che l’ingresso di Piacentini nell’équipe di Palazzo Chigi è previsto soltanto per il 17 agosto.

Tuttavia, la sua mission è chiara sin d’ora e l’ha ben spiegata lo stesso Barberis: disegnati i grandi scenari di digitalizzazione del Paese, ora si tratta di “passare a una fase più operativa”. Dalla PA al mondo della scuola e delle imprese.

Ci vuole dunque un regista che, con la sua squadra, sia in grado di guidare le realizzazioni concrete perché i piani delineati non rimangano belle intenzioni. Come troppo spesso accade in Italia. Ci pare importante che il coordinamento della strategia digitale passi finalmente a Palazzo Chigi, ponendo così fine ad una confusione di ruoli che una felice definizione di Graziano Delrio, allora sottosegretario di Palazzo Chigi, aveva bollato come un manicomio.

Un’esigenza, quello di un coordinamento forte, sottolineata più volte e da parecchio tempo anche su questo sito.

Non si tratta solo di dare ordine alle iniziative delle varie agenzie e figure proposte alle politiche digitali (Barberis a Palazzo Chigi, l’Agid di Antonio Samaritani, il Tavolo di indirizzo di Agid, il digital champion Riccardo Luna, il Tavolo permanente per l’innovazione e l’agenda digitale italiana, il Tavolo di coordinamento dell’Agenda digitale fra le Regioni solo per dirne alcune). Anche questo è importante.

Il compito più arduo, quello che richiede veramente un polso fermo ed attuatore a Palazzo Chigi, è la capacità di fare muovere in un’unica direzione ministeri, Regioni, enti locali superando particolarismi, egoismi, chiusure e timori. Ed anche interessi, non sempre campati per aria. Vale per la PA, ma vale anche per le imprese italiane, ancora lente a cogliere le opportunità della rivoluzione digitale in corso.

Il vero tema all’ordine del giorno per Piacentini, come ha giustamente osservato il presidente di Confindustria Digitale, Elio Catania, è di dare gambe a una “politica industriale per il digitale”.

Non sarà facile anche perché oltre a interessi, indifferenze e arretratezze diffuse, si tratta di superare i vincoli di processi amministrativi particolarmente bizantini e tutelati da pandette di ogni genere. Per Piacentini, abituato a muoversi con i ritmi veloci e flessibili dell’economia digitale della Silicon Valley, sarà come muoversi in una jungla paludosa.

È la sua scommessa, ma è anche quella del Paese. Ci pare, invece, piuttosto privo di senso soffermarsi sui timori di un potenziale conflitto di interessi tra il ruolo di commissario per il digitale a Palazzo Chigi e i rapporti (non ancora noti) che continuerà ad avere con Amazon. Ci sono comunque delle regole in materia. Basta farle rispettare. E poi, non si rinuncia certo ad uno stipendio di 7 milioni di dollari l’anno (secondo stime di Bloomberg)  per andare a fare il lobbysta mascherato accanto al presidente del Consiglio.

©RIPRODUZIONE RISERVATA 11 Febbraio 2016

TAG: Diego Piacentini, Matteo Renzi, Paolo Barberis, commissario per l'innovazione digitale

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