Le Regioni bocciano il nuovo Codice dell'Amministrazione Digitale

INNOVAZIONE

In un documento consegnato al governo, e firmato anche da Anci e Upi, la Conferenza denuncia la mancanza di un ruolo per gli enti locali: "Carente la strategia complessiva sull'innovazione"

di Federica Meta
Il nuovo Codice dell’Amministrazione Digitale non convince le autonomie locali. La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, l’Anci, l’Upi, e l’Uncem hanno approvato un documento congiunto sul “Codice dell’amministrazione digitale” dove, in sostanza si rileva una totale assenza di una strategie per l’innovazione. l testo è stato consegnato al governo in occasione del parere espresso nella Conferenza Unificata dell’8 luglio.

“La riforma del Codice dell’Amministrazione Digitale sembra comporsi di un insieme di interventi che talora appaiono di limitata visione strategica nonché in parte privi della necessaria considerazione per l’evoluzione tecnologica e per l’indispensabile ripensamento organizzativo che la complessiva materia dell’innovazione dovrebbe introdurre all’interno della pubblica amministrazione – si legge nel documento -. Si rileva che il disegno di ripensamento della pubblica amministrazione è solo parziale, col rischio di ridurre l’innovazione ad elemento strumentale: si sostengono infatti strumenti quali la posta elettronica certificata, anche tra le comunicazioni tra pubbliche amministrazioni, svilendo il Sistema Pubblico di Connettività (Spc) a semplice connettività al servizio degli uffici ministeriali e non a modello di interscambio e di interazione tra i sistemi informatici delle pubbliche amministrazioni attraverso l’interoperabilità e la cooperazione”. Secondo le rappresentanze degli enti, inoltre, non di valorizzerebbero adeguatamente i sistemi di interscambio dati già completamente attivi, regolamentati e capillarmente diffusi, come ad esempio il sistema Ina-Saia, frutto di proficue collaborazioni tra vari livelli di governo.

Sul versante dei servizi invece la riforma del Cad renderebbe più complicato il processo amministrativo “con il rischio di introdurre fratture o al peggio di frenare i modelli già evoluti presenti sui territori”.

“Ad esempio – precisa il testo - l’eliminazione, in contrasto con altre normative nazionali od europee, come quelle in materia di trattamento di dati personali, della distinzione tra il concetto di autenticazione informatica e la nozione di identificazione informatica ed il mancato nesso di quest’ultima alla identificazione anagrafica/identificazione primaria; la introduzione di una nuova forma di firma, la firma elettronica avanzata, della quale non si avverte la necessità, anche in considerazione dei costi che questa potrebbe avere sulle amministrazioni, l’assenza dell’immediata inclusione, tra le banche dati di interesse nazionale, dell’anagrafe tributaria, la quale costituisce elemento imprescindibile nella lotta all’evasione e strumento indispensabile per l’attuazione di un vero federalismo fiscale”.

Gli enti denunciano l’aspetto discriminatorio che la presenza di servizi esclusivamente digitali ha sulle aree del paese e su quella parte di popolazione che si trova in "divario digitale", ovvero quelle aree non raggiunte dalla banda larga ovvero quei cittadini e imprese che non hanno i mezzi necessari per poter accedere ai servizi. “Si evidenzia il rischio connesso al fatto che con l’elezione di domicilio digitale il cittadino o l’impresa accetta e si vincola a ricevere, sotto la sua esclusiva responsabilità, tutte le comunicazioni da parte della PA mediante modalità informatiche; sono reali casi di sovraesposizione quelli in cui il cittadino o l’impresa non aprono la posta per un mese, non dispongono di un pc funzionante, si trovano in un’area non raggiunta dai servizi digitali. Non esistono clausole di salvaguardia: se vi sarà una interpretazione rigida il cittadino decadrà dai termini per proporre un ricorso o una istanza, senza alcuna possibilità di ulteriori garanzie di effettiva conoscenza degli atti che allo stesso vengono inviati (art. 6)”.

Ultimo aspetto è l’assenza di chiarezza in ordine ai riferimenti per il cittadino. “Sarebbe utile che così come esiste un unico punto di accesso in via fisica potesse essere possibile avere un unico accesso istituzionale in via digitale per ciascuna amministrazione, senza moltiplicazione di canali che anziché semplificare complicano la vita al cittadino e alle imprese – sottolineano Regioni, Province e Comuni -. Questo significa, ad esempio in relazione all’art.65, in materia di Istanze e dichiarazioni presentate alle pubbliche amministrazioni per via telematica, che l’attuale formulazione delle norme non risolve importanti problemi dei cittadini in ordine alle modalità virtuali di presentazione delle istanze, agli strumenti di identificazione che deve usare il cittadino, al rapporto tra quanto da questo dichiarato e l’attivazione del procedimento conseguente. Non è possibile pensare che il cittadino presenti una istanza mediante modalità telematica e dall’altra parte l’amministrazione non abbia un fascicolo elettronico, un protocollo informatico, ma semplicemente vi continui a essere un impiegato che stampa, protocolla e invia in modo cartaceo il documento all’ufficio competente. Senza l’informatizzazione del back-office delle PA, la presentazione di moduli on-line non ridurrà né tempi né costi dell’azione amministrativa, che è ciò che realmente interessa ai cittadini e alle imprese”.

Altro punto dolente riguarda la carenza di risorse.
“La riforma del Codice dell’Amministrazione Digitale appare allo stato a costo zero. L’operazione di eliminare i limiti organizzativo e finanziario all’interno del codice è condivisibile, laddove però si tenga conto dell’impatto in termini economici che la creazione di nuovi diritti ha sulle pubbliche amministrazioni. Non è possibile – alla luce della recente manovra economico-finanziaria – pensare di poter trasferire sui livelli territoriali minori i costi di una operazione che è in primo luogo infrastrutturale e organizzativa”.

A non convncere è anche la totale assenza di un ruolo degli enti nella riforma del Cad.
“Il Codice riformato vede come grandi assenti le Regioni, gli Enti locali e le loro politiche – denuncia il documento -. Molte Regioni in questi anni, pur nel rispetto del ruolo di coordinamento informativo, informatico e statistico che la Costituzione riconosce allo Stato, si sono fatte portavoci delle istanze territoriali e hanno disciplinato con proprie normative aspetti di grande rilevanza dal punto di vista dell’e-government. Manca il ruolo delle Regioni nella riforma, nulla si dice in proposito di ciò che è stato fatto, non c’è riconoscimento né di ruolo né si fa tesoro delle esperienze positive che in questi anni sono state messe a frutto.
Dal canto loro gli Enti locali hanno intrapreso nell’ultimo decennio iniziative volte alla riorganizzazione dei processi amministrativi mediante le Ict, unendo proficuamente finanziamenti statali e regionali a propri investimenti. Non si potranno garantire sinergie e complementarietà, senza un utilizzo pieno ed adeguato delle sedi di concertazione esistenti".

Infine il ruolo di Digit-PA e del ministero dell’Innovazione che svuoterebbe le funzionidella Conferenza unificata a favore di un “nuovo centralismo”.

19 Luglio 2010