L'e-health? E' malata di rete

Focus /1. E-health, lo scenario

Stenta a decollare la digitalizzazione del comparto: mancanza di una cabina di regia e assenza della diffusione del "riuso"

di Federica Meta
Venti miliardi di dollari. Tanto prevede di investire l’amministrazione Obama nei prossimi anni nella sanità elettronica. Una cifra impressionante, dati i tempi di crisi, che l’inquilino della Casa Bianca ha voluto inserire nel suo più ampio progetto di riforma sanitaria. “Le rivoluzioni si fanno anche con la tecnologia”, ha detto il presidente Usa esponendo la sua iniziativa al Congresso. E proprio la parte relativa agli investimenti in e-health ha trovato un consenso bipartisan. Come a dire che l’innovazione messa al servizio della salute non deve scontare le divisioni politiche.

E in Italia? Lungi dall’avvicinarsi al budget Usa - vuoi ovviamente per differenze di “grandezza” vuoi per ragioni culturali - il Paese, pur vantando eccellenze di tutto rispetto (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana), sconta come in altri campi il dispiegarsi di un’innovazione senza sistema. Ovvero la mancanza di una cabina di regia che coordini le esperienze all’avanguardia e che sia in grado di innescare un effetto domino virtuoso.

“La situazione a macchia di leopardo che caratterizza l’Italia non è negativa in assoluto - spiega però Luca Buccoliero, docente Marketing Pubblico alla Bocconi di Milano -. Il problema vero è che la macchia non si ‘espande’, le best practice non vengono messe a fattor comune utilizzando le strategie del riuso che consentirebbero applicazioni di modelli innovativi praticamente a costo zero”.
In questo contesto i governi che si sono succeduti hanno provato ad agire mettendo in campo iniziative che andavano nel senso di una unitarietà di azione. Lo ha fatto l’ultimo governo Prodi, rilanciando nel 2006 il Tavolo di confronto sull’e-health tra governo e Regioni, poco utilizzato dall’attuale esecutivo che invece ha preferito lavorare per obiettivi specifici come quelli del piano E-gov 2012. Il ministro della PA e Innovazione, Renato Brunetta, in tandem con il collega della Salute Ferruccio Fazio, ha identificato gli obiettivi di medio termine: certificati di malattia e ricette digitali. Due teste d’ariete per la strutturazione del fascicolo sanitario elettronico (Fse) che - come ha più volte ribadito il ministro - rappresenta “il massimo di innovazione e rivoluzione di sistema”. Tutte queste iniziative farebbero risparmiare oltre l’1% (più di 1 miliardo euro) dei 107 miliardi euro di spesa sanitaria ogni anno.
E in attesa della rivoluzione Fse che trasformerà la sanità in una rete integrata di operatori di settore, cittadini ed enti, che fare?

La risposta la dà l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Ict in Sanità, realizzato dalla School of Management del Politecnico di Milano, secondo cui per rendere il sistema sanitario efficace e sostenibile è necessario spostare, tramite l’Ict, i servizi dall’ospedale al territorio: i sistemi informativi dovranno garantire l’interoperabilità allargata e la possibilità di integrazione tra i diversi attori (medici di base, ospedalieri, servizi sociali) anche oltre i confini regionali.
“La questione dell’interoperabilità è dirimente - rimarca Laurence Goasduff, Senior PR manager Gartner -. I governi si devono prima di tutto impegnare a definire i protocolli di comunicazioni per la trasmissione dei dati. Solo così la sanità può diventare una rete”.

Ma per trasformare il settore in una rete interconnessa servono infrastrutture di Tlc veloci e capaci di contenere la mole di informazioni sanitarie: serve la banda larga, insomma. “È chiaro che l’innovazione si fa in primis sulle reti di Tlc - riprende Buccoliero -. In Italia scontiamo una forte arretratezza: il digital divide affligge ancora ampie aree del Paese e, probabilmente, la congiuntura economica non permette investimenti massici in questa direzione. Sarebbe utile puntare alle reti mobili, come è stato fatto in Giappone dove il governo ha messo in campo un progetto di copertura 4G, con costi bassi e sostenibili anche in congiunture economiche non favorevolissime”. E sulla questione banda larga batte anche Confindustria. Il delegato della rappresentanza degli industriali per le Comunicazioni e lo Sviluppo della banda larga, Gabriele Galateri di Genola, ha più volte ribadito la necessità che il governo mantenga gli impegni del piano Romani-Brunetta contro il digital divide. “Altrimenti il miliardo di risparmi che si dovrebbe generare con la digitalizzazione dei certificati, delle ricette e delle cartelle cliniche rischia di rimanere una chimera”.

20 Settembre 2010