Per la PA una chance "evolutiva"

WEB APPS/2

Nuovi servizi su pc e dispositivi mobili per avvicinarsi ai cittadini. Ma per il successo è necessario introdurre modelli organizzativi e gestionali adeguati

di Antonio Cianci, Consigliere per l'Innovazione del ministro Brunetta
Le “applicazioni basate sul web” sono tornate ad essere molto di moda, soprattutto grazie al grande successo di iPhone e iPad. Ma si tratta di un modello applicativo che ha una lunga storia, che parte dalle prime applicazioni client-server, comparse nella metà degli anni ’80. All’epoca le reti erano locali, non geografiche (come Internet), e questi sistemi richiedevano che per ognuno di essi fosse installata la parte client sul computer di ciascun utente. Era un lavoro faticoso, che doveva essere fatto a mano.

Oggi queste limitazioni non ci sono più: le reti sono geografiche, senza fili, e i software attuali permettono l’aggiornamento automatico dei client. Oggi si scarica sul proprio iPad una applicazione, questa si collega - se necessario - con il suo database e fa quello che deve fare. Quando vengono introdotte nuove funzionalità, il software riceve il messaggio che lo avvisa della presenza di una nuova versione e l’utente può decidere se scaricarla.

In realtà questo non è l’unico modello: con il termine web app si identificano infatti numerosi “oggetti”. Il più diffuso sono le web application “classiche” che generano il loro output in modo dinamico all’interno del browser. Sono applicativi che operano su tre livelli: il web browser, che agisce da terminale grafico, il motore applicativo costituito da codice in un qualche linguaggio di sviluppo dinamico lato-server e un terzo livello riconducibile al motore database. In questo modello il web browser del client invia le proprie richieste al motore applicativo del web server, che - se necessario - interagisce con il database ed elabora le richieste, restituendo il risultato all’utente sotto forma di pagine Web.

Oggi si sta diffondendo un secondo modello, spinto dal successo di iPhone e iPad. Sul client viene installata una applicazione residente, la quale scambia i dati col database. In questo caso, non ci sono il browser e il server applicativo: è l’applicazione che gestisce al suo interno il collegamento con i dati. Invece di avere un browser con cui si va su tanti siti quante sono le applicazioni (webmail, crm, e-commerce, sistemi di pubblicazione di notizie, blog), si ha un raccoglitore di applicazioni, ognuna delle quali esegue una singola funzione. L’elaborazione è sul client, che però - rispetto agli anni ’80 e ’90 - è facilissimo tenere aggiornato. A questo si aggiunge un terzo modello, che prevede l’interazione tra applicazioni tradizionali e la rete: un esempio sono le Microsoft Office Web Apps.

Quando Chris Anderson ha scritto che il “web è morto” in realtà intendeva dire che il web si sposterà sempre più verso le web app del secondo e del terzo tipo. In pratica si esce da concetto “un unico browser per navigare tra i diversi siti” per abbracciare il concetto “tanti applicativi verticali, ognuno che fa una cosa sola, ma sempre collegati on-line”. Questo modello può essere interessante anche per la PA, soprattutto nelle attività legate al rapporto con i cittadini. Si possono immaginare applicazioni semplici da usare che possono essere scaricate sua sul pc sia su dispositivi mobili, come tablet e smartphone. Ad esempio, a Nizza, sulla Costa Azzurra, da maggio scorso tutto il sistema dei trasporti funziona con la tecnologia contactless, che collega i cellulari di ultima generazione a società di trasporto, banche, negozi e persino informazioni turistiche.

Il beneficio delle web app del secondo tipo (quello iPhone/iPad per intendersi) è che permette di semplificare il rapporto con il cittadino e di razionalizzare al meglio le basi dati e gli applicativi delle PA. Si tratta di una frontiera di grande interesse, anche se occorre essere onesti con il ruolo che l’informatizzazione ha avuto e può avere in ambito pubblico. Spesso si ritiene che la disponibilità di nuove tecnologie sia, di per sé, sufficiente per risolvere i problemi esistenti. È il ragionamento di coloro che, non sapendo giocare a tennis, cambiano spesso racchetta, credendo che usando racchette più sofisticate possano migliorare la condizione di gioco. In realtà se uno non sa giocare non c’è racchetta che tenga.

Lo stesso si può dire dell’informatica in ambito pubblico. Il problema maggiore che oggi ha la PA è la frammentarietà delle basi dati, che spesso sono scollegate e non sincronizzate. Il modello delle web app può essere utile, ma è necessario tenere presente che, spesso, il problema è normativo e organizzativo, non tecnico. Occorre avere ben chiaro che, se non si accompagna l’adozione delle nuove tecnologie all’introduzione di modelli organizzativi e gestionali adeguati, lo sforzo, spesso lodevole, dei responsabili Ict della PA, resta vano. In questa direzione va la nuova stesura del Codice dell’Amministrazione Digitale, sul quale sta lavorando il ministro Renato Brunetta, con la consapevolezza che la sola tecnologia, da sola, non può essere sufficiente.

15 Novembre 2010