Mario Dal Co (consigliere Innovazione PA): Nascerà una burocrazia leggera

IL PROTAGONISTA

"Oggi la strada dell'efficienza e dell'innovazione passa dall'utiizzo della rete"

di Sabrina Pezzullo
Interoperabilità fra le varie amministrazioni, trasparenza, velocità. Il sogno di una macchina pubblica più leggera si avvicina, ma la strada è ancora lunga. Eppure sappiamo già che la Rete è un punto di arrivo in quanto struttura in grado di portarsi dietro trasparenza e accessibilità. Ne parliamo con Mario Dal Co, consigliere per l’innovazione della PA, uomo di fiducia del ministro Brunetta.
Partiamo dal riavviamento della Commissione sull’Innovazione nelle Regioni e negli enti Locali: cosa comporta per il rapporto con gli enti locali?
Si tratta di una risposta all’esigenza di “entrare nel merito” dei progetti del Piano e-gov2012. I progetti coinvolgono direttamente (come nel caso della sanità, delle anagrafi, delle scuole) Regioni ed enti locali. Oppure li coinvolgono indirettamente, come nel caso della giustizia e della sicurezza, perché la domanda dei cittadini e delle imprese si esprime con forza a livello locale e le interazione dei servizi della amministrazioni centrali con quelle locali sono ormai strettissimi. Ma di fatto non esiste una distinzione né logica, né tecnologica, tra locale e centrale quando si considera l’erogazione dei servizi. Questa distinzione è rilevante solo per la responsabilità dei diversi procedimenti e della gestione delle risorse: ma l’output, ossia il concreto servizio erogato, è l’esito di un’interazione complessa che coinvolge le amministrazioni richiedendone l’interoperabilità come regola di funzionamento.
E a che punto siamo con l’interoperabilità?
Non siamo affatto nella felice condizione di poterne disporre: le amministrazioni continuano a chiedere al cittadino una sequenza di procedure non integrate, non allineate, non comunicanti, ridondanti: nella maggior parte dei casi il principio della Bassanini di non richiedere al cittadino ciò che l’amministrazione conosce già, perché è un dato in suo possesso, viene applicato in via del tutto marginale: il principio che le diverse amministrazioni si parlino e si scambino i dati, in modo da richiedere solo le variazioni, quando sono rilevanti, non si è affermato. Per la PA italiana, intesa come insieme di amministrazioni che collaborano per erogare i servizi ed effettuare i controlli e dare il rendiconto delle proprie attività, la rete ancora non esiste.
Questo ha dei costi?
Prendiamo la regolarizzazione delle colf di paesi non comunitari. Occorre presentare un certificato di abitabilità, per il quale il Comune, che riceve l’Ici sugli immobili, ha accesso al catasto degli stessi, commisura l’imposta sulla spazzatura e la tariffa dell’acqua sulla consistenza dell’immobile stesso, non accede ai dati in proprio possesso, ma chiede al cittadino di comunicarglieli per dargli il certificato che viene scritto ex novo sulla base dei dati già noti: il costo della pratica in termini di ore perdute tra cittadino e dipendenti pubblici, è di circa 4 ore, pari a poco meno di 100 euro per pratica. Si tratta di un costo del tutto inutile, ed è solo una piccola parte degli oneri complessivi riferibili alla regolarizzazione della posizione di una colf. Oppure prendiamo le prenotazioni delle visite specialistiche e delle analisi di laboratorio. Le Asl e le Regioni più avanzate stanno investendo nei Centri Unici di Prenotazione, con spese rilevanti e risultati discutibili. Infatti il costo dell’integrazione dei Cup tra diverse Asl è elevato e, pur essendo un servizio importante, il grosso delle transazioni avviene su base territoriale ristretta. Ciò significa che i costi salgono man mano che si integrano servizi sempre più “larghi” sotto il profilo territoriale, mentre il loro utilizzo si riduce. In altre parole l’integrazione dei Cup presenta diseconomie di scala rilevanti, uno dei motivi principali per cui l’integrazione dei Cup incontra difficoltà.
Cosa dobbiamo fare?
La soluzione, in epoca di sviluppo dei servizi di rete, sarebbe facile e da molti auspicata. Non investire in servizi ad hoc, che presentano questi inconvenienti, ma rendere disponibili ai cittadini i dati sulle “code” di accesso ai diversi servizi, lasciando al cittadino stesso la facoltà di fare l’arbitraggio tra i servizi stessi, scegliendo quello con minore coda o quello che, pur non essendo il più rapido nell’accesso, è tuttavia il più vicino geograficamente. Naturalmente scelte di questo tipo richiedono non solo una capacità di analisi tecnica, che è il compito tradizionalmente svolto dalla Commissione, ma anche una capacità propositiva e di indirizzo, che è la nuova esigenza a cui la Commissione deve rispondere.
A quale esigenza si riferisce?
Suggerire al decisore politico soluzioni meno onerose e più efficienti, resistendo alla pressione delle aziende che, nel mantenere posizioni consolidate, difendono margini di profitto e posizioni di rendita, ma non aiutano la crescita di diffusione e di credibilità degli strumenti di e-government interattivi. E questi strumenti sono oggi poco diffusi nel nostro paese, per vari motivi, non ultimo l’approccio “tecnologico” che l’informatizzazione dei processi amministrativi ha sempre avuto nel nostro paese. La strada dell’efficienza e dell’innovazione passa, oggi, per l’utilizzo di tecnologie di rete e di interazione pervasive, rapide e capaci di promuovere la trasparenza delle amministrazioni e la semplicità delle transazioni. È un ulteriore passo verso l’utilizzazione di interfacce semplici, con le quali colloquiare con gli uffici, attingere rapidamente ai dati utili per effettuare le scelte.
A che punto siamo nel processo innovativo?
Facciamo un altro esempio preso dalla sanità, anche qui vita vissuta. Dalle regioni del Mezzogiorno vengono molti cittadini a curarsi in ospedali specializzati del Centro Nord. Questo processo è prevalentemente guidato, come la catena migratoria studiata dai demografi, dalle informazioni bocca a bocca assolutamente imprecise, che si trasmettono le persone l’una con l’altra. Non è necessariamente lo specialista a cui ci si riferisce, ma alla buona struttura ospedaliera in cui quello specialista lavora. La rete non viene usata per niente: tutto si svolge con un passa parola all’antica.
Dove impatta l’utilizzo della tecnologia?
La trasparenza delle informazioni in rete aiuterebbe enormemente, con un salto di efficienza e una riduzione dei costi notevoli. Basterebbe che ogni struttura pubblicasse in modo chiaro i proprio servizi, con le liste di attesa, le rassegne stampa, le frequenze. E basterebbe che i medici di base e gli ospedali potessero effettuare consulti online con le strutture di destinazione, prima di mandare i pazienti in giro turistico per l’Italia della speranza. Costo del teleconsulto, in epoca di Skype, praticamente zero: si tratta di diffondere la pratica e di renderla accessibile agli ospedali e ai medici e delle aree marginali. Un tipico progetto di riduzione del digital divide, che potrebbe essere tra i terreni più interessanti di lavoro della Commissione.

04 Maggio 2009