Lanzillotta: "Demagogia e poca concretezza"

IL NUOVO CAD

La deputata Api ed ex ministro per gli Affari regionali Linda Lanzillotta interviene sul nostro giornale per commentare l'entrata in vigore del nuovo Cad

di Linda Lanzillotta, deputato Api ed ex ministro per gli Affari regionali
Il nuovo Codice delle amministrazioni digitali, contiene, oltre all’ opportuno aggiornamento di una serie regolazioni tecniche (firma digitale, Pec, dematerializzazione e conservazione dei documenti), un esorbitante numero di disposizioni di carattere programmatico ed organizzativo prive di effettiva valenza giuridica. Norme di legge non corredate di meccanismi in grado di farle valere con l’ulteriore difetto di legificare aree la cui definizione dovrebbe essere lasciata a strumenti di intervento più flessibili della legge.

Il nuovo Codice afferma in modo solenne il diritto dei cittadini e delle imprese alla fruizione dei servizi informatizzati da parte della pubblica amministrazione: tali roboanti affermazioni sembrano però coprire soprattutto un vuoto di azione da parte del governo, giunto ormai al suo terzo anno di legislatura con risultati assai scarsi sul fronte della digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche: qualcuno ha più sentito parlare dei 1200 miliardi di euro del piano E-gov 2012? Qualcuno ha più visto gli 800 milioni di euro destinati a modesti interventi per la banda larga? E allora: come potranno i cittadini e le imprese far valere questi nuovi diritti telematici se intanto è loro negato l’accesso ad una rete veloce? Come potranno ottenere un servizio online se non si innova sull’organizzazione dei processi organizzativi?

Ciò non significa che non si debba affermare il diritto a fruire di servizi amministrativi digitalizzati, ma che questo deve essere il punto di arrivo di una potente azione di modernizzazione di tutti i livelli e di tutte le aree della nostra complessa governance amministrativa oltre che di massicci investimenti nel settore. Un’operazione che avrebbe peraltro un triplice effetto: sulla qualità dei servizi, sulla crescita economica, sulla trasparenza e, di conseguenza, sulla lotta alla corruzione.

Sarà forse anche per questo che persiste nel nostro Paese un ritardo drammatico nell’imboccare con decisione la via dell’amministrazione digitale. E che l’affermazione giuridica di tali diritti sia del tutto aleatoria è dimostrato dal fatto che non sono previste sanzioni a carico delle amministrazioni che non consentano a un cittadino di avere una certificazione o effettuare un pagamento online; né è prevista l’entità di un risarcimento a fronte del diritto negato. Ma i diritti o sono azionabili e giustiziabili o non sono: e nel caso di specie, appunto, alle dichiarazioni di principio non corrisponde alcuno strumento giuridico efficace.

Nei confronti delle amministrazioni permane poi il limite tante volte denunciato con riferimento al vecchio Codice delle amministrazioni digitali: infatti, se è vero che vengono indicati dei termini per la transizione all’uso generalizzato della Pec e della firma digitale, è però altrettanto vero che non è fissato in modo drastico e irreversibile lo switch off , ovvero il momento del definitivo irreversibile passaggio all’operatività digitale.

E il problema è ancora quello di sempre: il permanere del doppio sistema, quello tradizionale accanto a quello informatico e digitale fa sì che non accada ciò che l’informatizzazione deve comportare, ovvero la reingegnerizzazione di tutti i processi interni e quindi l’impatto dell’Ict in termini di efficienza e produttività. Il salto culturale di cui ha bisogno l’Amministrazione e, attraverso di essa, l’intero Paese.
Ma ci sono altri due punti chiave su cui il nuovo Codice non interviene o interviene in modo assai parziale: il primo riguarda la governance dell’intero sistema amministrativo, la sua effettiva interoperabilità, semplicità e non iperduplicazione di informazioni, servizi, siti.

Va contrastata l’idea che ogni amministrazione o, peggio, ogni segmento di amministrazione stia sulla Rete a suo modo e la usi come mera vetrina e non come servizio che deve garantire, da una parte, il massimo della facilità d’uso e della comprensibilità da parte degli utenti e, dall’altra parte sul versante interno delle amministrazioni, essere la piattaforma unica su cui far dialogare, coordinare, monitorare un sistema federalista che esige standardizzazione, comparabilità, trasparenza. Il secondo è quello dell’uso dei dati in possesso delle pubbliche amministrazioni per la produzione di servizi. Nelle amministrazioni pubbliche ci sono miniere inutilizzate: il Codice inizia ad accennare al tema che tuttavia è molto, molto più vasto e carico di potenzialità. Insomma, anche con il nuovo Cad molta demagogia e poca concretezza

21 Febbraio 2011