Sale digitali per risalire la china

CINEMA

L’Italia, con il 57% di schermi di nuova generazione, è pericolosamente indietro rispetto al resto dei Paesi europei. In ballo c’è il futuro di un’industria già in forte sofferenza Il ministro Massimo Bray: "Serve un intervento straordinario, cinema d’autore a grave rischio"

di Vito Di Marco

Non c’è più tempo, occorre fare presto. A pochi mesi dal passaggio definitivo dalla pellicola al supporto digitale gli schermi cinematografici in Italia non ancora attrezzati per la proiezione dei film in tecnica digitale sono 1.888.

Una situazione allarmante che lo stesso ministro per i Beni culturali, Massimo Bray,  nel presentare le Linee Programmatiche del suo mandato alle Commissioni Cultura di Camera e Senato riunite in seduta congiunta giovedì 23 maggio, ha sottolineato con parole nettissime: “È indispensabile un intervento straordinario per favorire la digitalizzazione degli schermi delle piccole e piccolissime sale cinematografiche, urgentissimo in quanto, a partire dal 1° gennaio 2014, la diffusione delle copie di film in sala diverrà (a causa della fine della produzione di pellicola su scala mondiale, ndr) solo digitale, e ciò significa che circa 1.000 sale (il 25-30% del “parco” italiano, ndr), che non hanno le risorse finanziarie sufficienti per gli interventi tecnici, potrebbero venire tagliate fuori dal mercato, con grave danno per la diffusione del cinema, in particolare d’autore, soprattutto nei piccoli centri del Paese”.  

La realtà dei numeri potrebbe essere molto più drammatica di quella, già preoccupante, rappresentata dal ministro. Troppa l’incertezza che grava sulle aziende del settore tra calo degli spettatori e crisi economica. Una indagine dell’Agis dello scorso aprile, effettuata intervistando gli esercenti, sia Cinetel/Anec sia Acec (Associazione cattolica esercenti cinema), rileva che sono 174 le sale “non digitalizzate che contano di farlo nel 2013”; 427 quelle che dichiarano con certezza di “non digitalizzare entro l’anno” di cui 361 sale parrocchiali (Acec); 896 non hanno dichiarato se lo faranno nel 2013 a cui vanno aggiunti i 616 schermi non digitalizzati ma presenti in complessi (multisale) parzialmente digitalizzati.

Le regioni che hanno il più alto numero di schermi non digitalizzati sono la Lombardia (296), l’Emilia Romagna (237) e il Lazio (211).  L’incertezza che grava sul comparto rende difficile programmare gli investimenti necessari per l’adeguamento tecnologico. I costi per la digitalizzazione di uno schermo si aggirano mediamente - per sale con schermi entro i 12 metri - in circa 60mila euro tra attrezzature di proiezione digitale (hardware e software) e adeguamento infrastrutturale della cabina di proiezione.
Costi che l’esercente può recuperare utilizzando il tax credit del 30% sui costi sostenuti, ma che molti piccoli esercenti non riescono a sfruttare per mancanza di crediti esigibili. La cedibilità del tax credit, introdotta a metà del 2012, a vantaggio dei soggetti bancari o delle società fornitrici degli impianti digitali non ha rappresentato finora un volano per il processo di digitalizzazione. I dati relativi al 2012 sull’utilizzo del Tax credit presentati recentemente dal Mibac rivelano un credito concesso di 4.305.567,88 euro su spese sostenute per 14.351.892,94 euro. Investimenti effettuati per la digitalizzazione di 210 schermi, di cui solo 58 monosala.

Anche l’incentivo dato dalle majors basato sul modello del Vpf (Virtual Print Fee) - un bonus economico per chi trasmette film in digitale, che ha sostenuto il passaggio delle sale dei multiplex nel biennio 2010-2012 - non è adatto e non rappresenta una soluzione ottimale per i cinema piccoli e indipendenti.
Così l’Italia a gennaio di quest’anno conta il 57% di schermi digitali contro una media europea del 70%, con la Francia al 95% e la Gran Bretagna vicinissima al 94%, mentre i Paesi del Nord Europa (Norvegia e Olanda in testa) hanno già completato lo switch off delle sale, e guarda caso sono gli unici Paesi europei che nel 2012 non perdono spettatori, anzi aumentano a doppia cifra, + 19% Finlandia, +14,2% Danimarca a fronte di un -10,2% dell’Italia.

A dimostrazione che il passaggio al digitale può e deve significare una opportunità di crescita, di cambiamento del business,  non la morte delle sale cinematografiche. L’intervento straordinario invocato dal ministro Bray deve necessariamente passare attraverso un pieno coinvolgimento e coordinamento di tutte le Regioni e del ministero della Coesione Territoriale per un rapido utilizzo dei Fondi europei e la predisposizione dei relativi bandi. Lo abbiamo scritto esattamente un anno fa. Nel frattempo è cambiato il Governo e il ministro di riferimento. Speriamo, per il bene e il futuro del cinema italiano.

©RIPRODUZIONE RISERVATA 17 Giugno 2013

TAG: agis, massimo bray, cinema, cinema digitale

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