Mannoni: "Regole Ngn, la politica stia fuori"

L'INTERVISTA

Il commissario Agcom: "Dalle invasioni di campo possono venire solo danni per tutti"

di Paolo Ferri
«Il rischio è che anche sull’accesso alla rete in fibra ottica si scateni uno scontro politico. È l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno». A lanciare l’allarme è il commissario dell’Authority per le Comunicazioni Stefano Mannoni, convinto che entrambi i fronti (Telecom Italia da una parte, gli Olo dall’altra) abbiano reagito con toni eccessivi al provvedimento messo in consultazione dall’organismo guidato da Corrado Calabrò sulle regole concorrenziali della rete del futuro. “Abbiamo già visto sul digitale terrestre - prosegue - quali danni possa produrre una dialettica del genere”.

Sul digitale terrestre è in corso uno scontro politico che impatta sugli aspetti regolamentari?
È sotto gli occhi di tutti: i gestori delle tv locali resistono alla richiesta di liberare le frequenze, chiedendo di essere compensati con parti di spettro assegnate a Rai e Mediaset e il Pd li spalleggia in pieno. Il risultato è che l’asta per l’assegnazione delle frequenze liberate dalle tv medesime si complica e con essa il previsto incasso di 2,5 miliardi di euro da parte dello Stato, per tacere della tanto auspicata razionalizzazione dello spettro. L’aria è quella del regolamento di conti, più che del regolamento delle frequenze.

Ammesso che le cose stiano davvero così, in che senso questo potrebbe ripetersi nella vicenda della Ngn?
Con uno schema in cui l’operatore dominante viene presentato da certa stampa come vittima di un’aggressione governativa e pertanto bisognoso di una protezione “a prescindere” dell’opposizione. La quale, per inciso, è la stessa che durante il Governo Prodi, quand’era maggioranza, prese di mira la Telecom “nemica”, guidata da Tronchetti Provera. Tutta la sensibilità di oggi sulla presunta ingerenza del tavolo Romani nelle scelte aziendali non si manifestava quando i destini della rete Telecom venivano decisi a porte chiuse col Piano Rovati.

Veramente i primi a protestare stavolta sono stati gli Olo. Non hanno ragione a lamentarsi per la scomparsa dell’unbundling?

Questo è frutto di un eccesso di diffidenza. Non c’è l’unbundling tradizionale, d’accordo, ma viene sostituito da un lato da un accesso bitstream molto più evoluto dell’attuale, e dall’altro da un accesso fisico che si può garantire anche nelle reti Gpon come quella che si appresta a realizzare Telecom.

Nei commenti e nelle dichiarazioni seguite alla delibera dell’Authority si è parlato quasi solo di bitstream, come se non ci fosse obbligo di garantire accesso fisico da parte di Telecom Italia.
Invece c’è, e non vorrei fosse dimenticato, perché rappresenta parte importante del provvedimento. Se mi passa la battuta, non vorrei qualcuno pensasse che il bitstream è di sinistra e l’unbundling di destra, perché auspicato al tavolo Romani!

Come funziona questo accesso fisico che dovrà essere assicurato ai concorrenti di Telecom?
Gli Olo che ne faranno richiesta dovranno avere la possibilità di arrivare direttamente ai clienti finali attraverso un collegamento messo a disposizione dalla stessa Telecom Italia…

Ma allora è come l’unbundling.
Non è proprio la stessa cosa. Con la rete in rame il collegamento esiste già, e l’unbundling consiste appunto nello staccare il doppino dalla rete di Telecom per collegarlo a quella dell’operatore che ne fa richiesta, operazione piuttosto semplice, che si può esaurire in pochi giorni.

E per la rete del futuro, invece?
La faccenda è un po’ più complicata. Nelle reti Gpon il collegamento singolo dalla centrale al cliente non c’è. Sarà Telecom a realizzarlo, a beneficio dell’operatore alternativo che lo richiederà. Il che significa che gli Olo dovranno imparare a chiederlo per tempo, consentendo a Telecom Italia di programmare gli interventi.

Ma se è vero che la ragione principale della scelta del Gpon è il costo nettamente inferiore al punto-punto, la domanda è: chi paga i collegamenti al singolo cliente?

Saranno gli Olo a pagare Telecom perché li realizzi. L’Authority vigilerà sul fatto che i prezzi siano orientati ai costi e che l’ex monopolista non accampi scuse per negare i collegamenti ai concorrenti.

Pensa davvero che questo punto-punto on demand possa diventare un tipo di accesso importante per la banda ultra larga?

Stiamo entrando in una terra incognita. È impossibile dirlo ora, ma è fondamentale che questa possibilità ci sia.

Telecom Italia non sembra molto d’accordo. L’obbligo di accesso fisico è la prima lamentela che ha inoltrato a Bruxelles sulla vostra delibera. Una tegola per l’Authority?

Spero sia solo un fuoco di sbarramento per controbilanciare le critiche degli Olo. Per quanto non sopravvaluti la lungimiranza delle strategie regolamentari aziendali, mi sembrerebbe folle chiudersi a riccio alla richiesta di un accesso fisico alla rete.

20 Giugno 2011