Spettro italiano, missione legalità

FOCUS FREQUENZE

Antonio Sassano, autore del Piano frequenze Agcom e docente alla Sapienza, commenta le proposte del Pd "salva-frequenze" a cui ha collaborato: "Va ripreso in mano lo Spectrum Review avviato nel 2007 ma poi trascurato"

di Roberta Chiti
Secondo una stima di 4 anni fa, le frequenze italiane valgono 300 milioni di euro all’anno. Forse di più oggi che la domanda si impenna sulla spinta di smartphone e tablet. Ma solo in teoria. Lo spettro italiano è malconcio. Occupazione low cost da parte delle tv e della Difesa, una gestione farraginosa e nessun “cruscotto” in grado di monitorarne l’utilizzo lo strappano alle leggi del mercato. Le cose potrebbero cambiare però. A cominciare dall’inventario delle frequenze, abbandonato nel dimenticatoio. Il kit di salvataggio dello spettro lo lancia il Pd con un’articolata proposta cui ha collaborato Antonio Sassano, ordinario alla Sapienza e autore del Piano frequenze Agcom.
Professore, cos’è questa storia dell’inventario?
Dobbiamo riprendere in mano il progetto di Spectrum Review avviato nel 2007 da ministero delle Comunicazioni e Fondazione Bordoni. Lo scopo era la ricognizione di tutti gli utilizzi dello spettro, anche da parte del ministero della Difesa, e la definizione di nuove regole di pricing. Ma è stato trascurato.
Chi dovrebbe gestirlo?
L’Agcom, anche grazie ad un potenziamento delle sue strutture tecniche. Ora come ora l’Italia è penalizzata dalla confusa distinzione dei ruoli tra Autorità e Ministero. Faccio un esempio: la procedura di messa a gara di un multiplex tv prevede che il ministero definisca il Piano Ripartizione Frequenze, poi che l’Autorità definisca il Piano Frequenze Tv, poi di nuovo che il Ministero scriva il bando ecc...Tutto questo provoca una confusione di ruoli e una pericolosa tendenza allo scarico di responsabilità.
Cosa rimarrebbe al ministero?
La politica industriale, un compito già complesso in un settore che dovrà attenersi sempre più alle regole comunitarie. Inoltre gli strumenti tecnici e le competenze dovranno essere potenziate e portate al livello di quelle utilizzate dai maggiori Paesi europei.
Perché, all’estero?
In Francia l’Agence Nationale des Frequences impiega oltre 250 ingegneri e tecnici specializzati. In Germania la gestione dello spettro è uno dei compiti dell’Autorità e impiega 2.600 specialisti nella regolazione dei sistemi a rete e vigila sui settori affini (energia, Tlc, servizi postali). In Uk l’Ofcom conta su 700 specialisti.
E da noi?
Poche unità, fra Autorità e Ministero. E strumenti tecnici molto limitati. Questa asimmetria con i partner europei del resto la si tocca con mano ai tavoli di coordinamento internazionale.
Nel senso che l’Italia è assente?
La mancanza di specialisti e l’interesse ad una gestione “illegale” dello spettro hanno mortificato la nostra presenza e ruolo nelle istituzioni internazionali. I tavoli bilaterali di coordinamento del Piano di Ginevra 2006 sono stati avviati solo nel 2008, a ridosso della transizione in Sardegna. Credo sia importante riprendere il punto sulla “legalità internazionale” del nostro spettro; sarebbe nell’interesse di tutti gli operatori che, è bene non dimenticarlo, utilizzano frequenze non riconosciute a livello internazionale.
Il catasto ha un valore “amministrativo”?
Non solo. Molte nuove tecnologie vanno verso un uso non regolato della risorsa spettrale. Per esempio le tecnologie di “cognitive radio” prevedono trasmettitori “intelligenti”, in grado di sondare l’uso dello spettro in una certa zona geografica e di trasmettere su frequenze non utilizzate. Oppure le tecnologie di Ultra Wide Band che prevedono l’utilizzo di terminali in grado di ricevere e trasmettere a bassissima potenza su una banda larghissima.
Cosa c’entra con la regolazione?
Queste tecnologie funzioneranno solo nei Paesi che si saranno dotati di strumenti tecnici in grado di monitorare in tempo reale l’uso effettivo dello spettro e garantire il rispetto dei vincoli d’uso da parte degli operatori. Altrimenti si torna al solito far west.
Regolare per innovare allora?
Le nuove tecnologie pongono in effetti sfide enormi ai regolatori. Alcuni meccanismi di “cognitive radio” per determinare la frequenza meno utilizzata in un’ area geografica, interrogano un Catasto aggiornato di frequenze e infrastrutture. Mentre l’Ultra wide band è in grado di far convivere due tecnologie diverse e due servizi diversi alla stessa frequenza. Martin Cave lo ha descritto dicendo “è come se qualcuno venisse a vivere a casa nostra senza che noi ce ne accorgessimo”.
Forse non a tutti farà piacere però che qualcuno gli entri in “casa”.
In effetti lo sfruttamento dei “white spaces” piace a chi non ha diritti su una specifica banda e vuole sfruttare i “buchi di copertura” del detentore dei diritti primari il quale, con qualche ragione, non ama assolutamente questa intrusione. Così nasce la polemica tra Tv e Tlc per l’uso dei “white spaces” lasciati dalle televisioni o quella tra operatori Tlc e i costruttori o gli utilizzatori di apparati “cognitivi”.
Dunque?
La soluzione più semplice è immaginare, in una prima fase, una banda dedicata per i nuovi servizi “cognitivi” così da consentire lo sviluppo dell’ecosistema tecnologico e la verifica della tenuta dei meccanismi di “sharing” senza scatenare la reazione dei detentori dei diritti. Parallelamente, potrebbero anche essere sperimentati meccanismi di “sharing” tra servizi e operatori diversi, sulla stessa frequenza, realizzabili su base volontaria e a fronte di una riduzione delle tariffe d’uso per l’utilizzatore primario o del pagamento di un “affitto” da parte dell’utilizzatore della tecnologia “cognitiva”.

04 Luglio 2011