Crisi Nokia, effetto domino sulla supply chain

MERCATI

StMicroelectronics e Texas Instruments tra i chipmaker più colpiti dal calo degli ordinativi. Molti i fornitori che stanno tentando di sganciarsi della finlandese per cercare nuove opportunità di business con i competitor

di Patrizia Licata
I problemi di Nokia, alle prese con un forte restringimento dello share di mercato, si riflettono a cascata sulla supply chain degli smartphone, secondo un’analisi di oggi del Wall Street Journal. La crisi che sta emergendo tra i fornitori di componenti è un ulteriore segnale di come il passaggio dei consumatori dai feature phone agli smartphone stia sconvolgendo i player più maturi dell’industria hitech.

I produttori di chip sono i più colpiti. Molti stanno cercando di sganciarsi dal colosso finlandese in crisi, ma si trovano a operare in un mercato sempre più competitivo perché Apple e Samsung Electronics, i due maggiori attori del mercato smartphone per volumi, li tengono fuori progettando e producendo i propri chip da sole.

StMicroelectronics, l’azienda dei semiconduttori franco-italiana con sede a Ginevra, ha registrato una forte diminuzione delle vendite e dei guadagni della sua divisione wireless nel secondo trimestre, dopo che Nokia ha pubblicato un profit warning a causa delle vendite deludenti di smartphone. StMicro, tramite la joint venture con la svedese Ericsson, St-Ericsson, contava sui rifornimenti di chip per i cellulari Nokia.

Anche Texas Instruments, produttore americano di semiconduttori (sede a Dallas), ha difficoltà a causa di Nokia: l’azienda ha distribuito l’85% dei suoi processori per applicazioni a Nokia lo scorso anno, coprendo il 92,7% dei cellulari Symbian, ma a metà anno ha ridotto le previsioni di vendita per i suoi prodotti per il secondo trimestre dando la responsabilità interamente alla casa finlandese.

E intanto i cambiamenti sul mercato dei device mobili non colpiscono solo la supply chain di Nokia: l’ascesa dell’Apple iPhone e degli smartphone con sistema operativo Android è avvenuta alle spese di produttori concorrenti come Research In Motion, che a luglio ha mandato a casa 2.000 persone e alcuni top manager. Da parte sua Hewlett-Packard, dopo aver pagato 1,2 miliardi di dollari per la Palm e il suo sistema operativo, ha annunciato lo scorso mese che smetterà di produrre device con WebOS (a danno anche di chipmaker come Texas Instruments e Qualcomm che rifornivano quei device).

Il boom degli smartphone ha spinto molti fornitori, da Qualcomm a Intel, a investire pesantemente nei nuovi processori per applicazioni, i chip che alimentano il sistema operativo e le applicazioni del device. In questo settore, Texas Instruments era fino a poco tempo fa leader, ma la sua quota delle vendite totali è scesa al 19,2% nel primo trimestre (contro il 34,5% di un anno prima), perché dipende fortemente da Nokia. Al contrario Qualcomm, che fa application processor per i cellulari Android, è ora numero uno dei processori per applicazioni per fatturato (46,9% dello share nel primo trimestre).

"Bisogna essere molto attenti a non legare le proprie sorti a quelle di un’altra azienda”, commenta Jagdish Rebello, analista di iSuppli. "Bisogna essere reattivi e agili, e alcune aziende non ci sono riuscite”.

28 Settembre 2011