Tlc, Gambardella: "Non è tempo di spingere sulla regolazione"

L'INTERVISTA

Le telco europee fanno muro di fronte alla proposta di Neelie Kroes di rivedere al ribasso le tariffe di accesso alle reti in rame. Il presidente di Etno: "Un abbassamento dei listini rischia di frenare gli investimenti"

di Gildo Campesato
"Fissare il prezzo dell’unbundling delle reti in rame al di sotto del loro valore economico penalizzerebbe gli operatori che hanno investito e ridurrebbe seriamente gli incentivi per investire in futuro": Luigi Gambardella, presidente di Etno (European Telecommunications Network Operators Association) non nasconde il dissenso con chi, in vista dell’emanazione delle linee guida della Commissione Ue sui prezzi all’ingrosso regolamentati, propone di abbassare i listini delle connessioni in rame: “Se vogliamo che le telco possano realisticamente investire nelle reti di nuova generazione, va assicurata la stabilità del valore delle reti fisse in Europa”.
Il commissario Ue Kroes non sembra pensarla come lei.
Ho l’impressione che si siano volute attribuire alle parole della signora Kroes significati che non hanno. Lei ha ventilato l’ipotesi che un abbassamento dei prezzi dell’unbundling in rame possa favorire gli investimenti nelle reti in fibra. Ma non ha indicato un obiettivo, bensì una semplice ipotesi tutta da verificare.
Ipotesi non vera?
L’abbattimento dei costi del rame indebolirebbe lo stato patrimoniale delle telco, ridurrebbe i cash flow, toglierebbe incentivi alla costruzione delle reti Ngn e renderebbe impossibile il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea.
L’Ue ha appena stanziato 9,1 miliardi per le Ngn.
Connecting Europe Facility è un passo per colmare il dividendo digitale, ma gran parte della realizzazione delle reti in fibra sarà effettuata dal settore privato. E il settore privato investe solo quando l’investimento è economicamente interessante. Investire per diventare operatori di reti in fibra ottica senza prospettive di avere una congrua parte dei ricavi generati dal traffico su tali reti non è commercialmente interessante, e neppure realistico.
Va lasciata mano libera la mercato?
Dico che è molto pericoloso distorcere le regole per ottenere risultati specifici, ad esempio adattando la metodologia di costo solo per obiettivi di breve termine. Per le nuove reti in fibra, rimedi invasivi come gli obblighi di orientamento al costo sono il modo migliore per dissuadere gli investimenti in un contesto economico difficile.
Ripeto, mano libera sui prezzi?
Un eccesso di regolazione non aiuterà gli investimenti. Per essere chiari, non sarà possibile offrire Internet ultra-veloce al prezzo delle attuali connessioni a 4 MBit. È un semplice dato di fatto. Ci vuole un approccio flessibile. Per garantire la domanda di Internet ultra-veloce, nessuna formula di pricing dovrebbe essere esclusa. Bisognerebbe, ad esempio, consentire di combinare spese di connessione attraenti che incoraggino l’utente a passare ad Internet ultra-veloce, con un contributo da parte dei nuovi servizi che le reti di nuova generazione rendono possibili. Si tratta di trovare modelli di business che permettano di monetizzare la crescita del traffico, anche in risposta alla domanda di applicazioni e servizi Internet.
Paghino anche gli Over the top?
Va cercata una situazione win win per tutti. Fornendo reti più veloci e nuovi servizi, contribuiremo ad aumentare produttività, crescita e posti di lavoro. È evidente, però, che va assicurato un adeguato ritorno alle aziende che fanno investimenti ingenti.
Non lo vedete questo ritorno?
Oggi non esiste non dico una garanzia - si tratta di investimenti rischiosi - ma nemmeno un ragionevole quadro d’insieme, normativo e di mercato, che renda affrontabile il rischio. E questo sta bloccando tutto, proprio in un momento in cui l’Europa non può assolutamente permettersi di divenire meno competitiva. Un recente studio ha rivelato che l’aumento degli investimenti nelle Ict in tutti i settori economici può aggiungere fino a 760 miliardi di euro al Pil dell’Ue. Il nostro settore può sedere al posto di guida della competitività e della crescita ed è disponibile a farlo. Ma non possiamo investire al buio.
Il broadband corre anche sull’etere.
Non vi è dubbio. Tant’è vero che gli operatori stanno investendo cifre considerevoli per le licenze Lte. L’etere è un bene scarso. E allora perché non incoraggiare la migrazione della Tv dalle piattaforme terrestri a quelle a banda larga veloce, comprese le reti in fibra e satellitari, ove le prime non sono disponibili? Creeremmo un’enorme richiesta di nuova banda larga veloce e stimoleremmo gli investimenti. E potremmo liberare maggiori frequenze per i nuovi servizi dati in mobilità e per l’Internet delle cose.

17 Ottobre 2011