Elettrosmog, si cambia: nel Decreto sviluppo meno paletti alle telco

LTE

L'articolo 12 della bozza modifica le norme che regolano i limiti di esposizione. Si punta a snellire le procedure per la realizzazione delle reti Lte

di Paolo Anastasio
L’articolo 12 della bozza del Decreto Sviluppo presentata in Consiglio del Ministri il 24 ottobre, prevede alcune modifiche alla legge che fissa i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici, che in Italia sono i più stringenti d’Europa con un limite di 6 v/m, a fronte di una media Ue di 40 v/m. Di fatto, la bozza del DL Sviluppo non contiene l’ipotesi di innalzare i limiti, ma la proposta di applicare i limiti vigenti dove previsto dalla legge.

Proteste contro l’ipotesi di revisione della normativa sui campi elettromagnetici sono arrivate dalla Rete NoElettrosmog Italia, che ha inviato una lettera ai deputati per bloccare l’intervento normativo. Sulla stessa linea l’intervento dell’Associazione per le malattie da intossicazione cronica e/o ambientale, che domanda se non si tratti di una “svendita della salute agli operatori di telefonia mobile”.

La revisione dell'impianto normativo consentirebbe agli operatori di semplificare l’iter di posa delle reti, limitando il rischio di una giungla di nuove antenne. Si prevede che per la realizzazione dell’Lte sarà necessario installare 15-20mila nuove antenne, che si aggiungeranno alle decine di migliaia di antenne già presenti sul territorio.

Nell’articolo 12 del DL Sviluppo si legge che” In particolare, il valore di attenzione dovrebbe essere applicato, come originariamente previsto dalla Legge 22 febbraio 2001 n. 36, esclusivamente nelle aree adibite a “permanenze prolungate”, mentre la tutela della popolazione sia nelle aree all’aperto intensamente frequentate che nelle pertinenze all’aperto degli edifici, sarebbe garantita attraverso gli “obiettivi di qualità””.

E ancora: “In particolare la disposizione proposta, anche nell’ottica della semplificazione normativa, mira a chiarire la non applicabilità dei limiti definiti per le stazioni radio base agli apparati terminali per telecomunicazioni, quali ad esempio i telefoni cellulari, già regolati da specifica Direttiva europea (1995/5/CE), e armonizzare la terminologia con quella utilizzata nel Decreto Legislativo 1° agosto 2003, n. 259; rendere il valore di attenzione applicabile nelle aree dove effettivamente la popolazione vive e lavora; e valutare l’obiettivo di qualità non come un altro limite, ma come un valore da perseguire attraverso l’incentivazione di quelle tecnologie oggi disponibili che non trasmettono sempre alla massima potenza”.


C’è da dire che la normativa italiana sulle emissioni magnetiche è iper cautelativa sul fronte della tutela della salute. Secondo gli operatori e gli esperti del settore rischia di rallentare la posa delle nuove antenne Lte. La quarta generazione di telefonia mobile, fatta di smartphone e tablet sempre connessi, prevede nuovi ingenti investimenti da parte degli operatori per la realizzazione delle reti, in media 1,5 miliardi di euro a testa da parte di Tim, Vodafone e Wind per la posa dei network. Investimenti da effettuare nei prossimi mesi che si aggiungono al maxi esborso di 4 miliardi di euro già effettuato dalle telco mobili, compresa 3 Italia, che tuttavia non si è aggiudicata alcun lotto a 800 MHz.

Per ottimizzare gli investimenti, gli operatori spingono sulla possibilità di condividere le infrastrutture di rete e in particolare puntano al co-siting per risparmiare e concentrare le antenne in meno siti. Gli attuali limiti elettromagnetici rendono difficile la condivisione dei siti e moltiplicano gli adempimenti burocratici per ottenere il via libera alla posa delle antenne, in particolare nei centri urbani dove la domanda di servizi di telefonia mobile è più elevata. Inoltre, con l’applicazione stringente dei limiti in vigore, il rischio di una moltiplicazione di antenne è pressoché certo, con danni paesaggistici non indifferenti.

Un approccio più flessibile a livello nazionale, agevolato da norme che impongano standard comuni per la misura e la simulazione dei livelli di esposizione, sarebbe certo un vantaggio per rendere più semplice l’iter autorizzativo. Secondo la Fondazione Ugo Bordoni (Fub), il modo in cui viene valutato il rispetto dei limiti talvolta è poco aderente al reale funzionamento delle reti. Ci sono Arpa regionali che usano approcci di simulazione iper cautelativi per valutare gli impianti in fase di autorizzazione.

Sempre secondo la Fub c’è stato poi un eccessivo zelo nell'identificare le aree dove si applica il limite dei 6 V/m. Secondo la normativa i 6 V/m sono imposti nelle aree pubbliche e dove la permanenza del pubblico è superiore alle 4 ore, come in tutte le aree indoor. Ma si è finito però per pretendere che il limite dei 6 V/m valesse dappertutto.

Spesso si applica il limite di 6 V/m anche a pertinenze esterne dove la permanenza è ben inferiore a quattro ore, come un balcone o un terrazzo sui piani più alti. Se si tratta di pertinenze adoperate realmente per trascorrere parte della giornata, allora lo capisco, ma estendere l'applicazione dei 6 V/m a qualunque pertinenza esterna (cortili di palazzi non abitati, giardini, ecc.) va addirittura al di là dello spirito della legge che già adotta un approccio molto cautelativo.

La revisione contenuta nell’articolo 12 della bozza del Decreto Sviluppo prevede un approccio meno rigido sul fronte delle autorizzazioni e una standardizzazione a livello nazionale degli strumenti di misurazione elettromagnetica da parte delle Arpa regionali.

27 Ottobre 2011