CHE BROADBAND FA. Con l'asta 4G più lontani dall'Agenda digitale

CHE BROADBAND FA

Mentre crolla il sistema economico occidentale gli operatori italiani vengono "tassati" con 4 miliardi per le frequenze e altrettante risorse serviranno per fare le nuove reti. Il tutto mentre si chiede di investire nelle reti fisse. Confidiamo almeno nelle regole affinché l'impasse si sblocchi

di Cristoforo Morandini - Associated Partner Between
Mentre crolla il sistema economico occidentale, gli operatori italiani vengono tassati con 4 miliardi di euro per utilizzare le frequenze 4G, ai quali si aggiungono altrettante risorse per la costruzione delle reti mobili di nuova generazione, alla ricerca di un mercato fatto di luci ed ombre, in un settore che continua a presentare un calo dei prezzi dei propri servizi. Per una coincidenza, la cifra in gioco si avvicina poi molto agli investimenti ipotizzati dal Tavolo Romani per la realizzazione della rete a banda ultra larga fissa che doveva raggiungere il 50% della popolazione.

Tutto questo mentre da più parti ci viene ricordato che il futuro dello sviluppo delle economie avanzate risiede nell’economia digitale e che questa si fonda su reti ultra veloci. Quanto basta per lasciare spaesati gli esperti, figuriamoci il “consumatore finale”. In sintesi, si è intervenuti per decreto nella determinazione delle priorità di investimento degli operatori, imponendo una redistribuzione degli investimenti verso le reti Lte, panacea per portare la banda larga nelle aree remote e abilitatore di nuovi servizi in mobilità, ma non solo.

In un contesto di risorse sempre più scarse, questo è un ulteriore stimolo alla strategia dei piccoli passi per la realizzazione delle reti di nuova generazione fisse e al definitivo allontanamento dell’obiettivo 2020 dell’agenda digitale europea. L’augurio è che si cerchi perlomeno di creare le condizioni di sistema (regolamentari e amministrative), affinché qualche cosa possa accadere concretamente.

14 Novembre 2011