4G, ce la faranno le Telco ad ottenere i permessi?

ELETTROSMOG

L'esperienza del 3G non lascia ben sperare, vista la difficoltà per gli operatori di ottenere il via libera all'installazione dei trasmettitori. Ancora molti i dinieghi, l'Lte rischia di essere frenato

di Paolo Anastasio
La normativa sulle emissioni elettromagnetiche ha già creato e continua a creare problemi con l’installazione delle antenne per l’espansione delle reti 2G e 3G. E la situazione potrebbe ulteriormente complicarsi in vista del roll out delle reti Lte, che nei prossimi anni peseranno per diversi miliardi di euro sulle casse dei gestori, che hanno già speso 4 miliardi per l’acquisto delle frequenze Lte.

La normativa in vigore sulle emissioni elettromagnetiche (il Dpcm luglio 2003), con il limite di 6 V/m, crea già grosse difficoltà: già adesso è difficile per gli operatori ottenere i permessi per adeguare i siti di trasmissione esistenti, e passare dai due trasmettitori necessari per il 2G ai tre trasmettitori necessari quelle di terza generazione. Figurarsi cosa potrà accadere con il 4G, quando da 3 trasmettitori per sito si dovrà passare a 6 per poi aumentare progressivamente le risorse salendo fino a 12 trasmettitori per garantire la gestione del crescente traffico dati.

Gli operatori hanno già incassato in media il 2% di dinieghi nell’ultimo anno per il semplice passaggio dal 2G al 3G. E già prevedono che per il roll-out del 4G ottenere i permessi non sarà una passeggiata. Fra le ipotesi in campo quella di sostituire i trasmettitori già esistenti: un’ipotesi che però rappresenta l’ultima spiaggia considerati i costi elevati per operazioni di questo tipo. Ma per evitare l’impasse burocratica è necessario comunque pensare a un piano B.

E laddove non si potrà optare per questa soluzione - vuoi per questioni tecniche vuoi per la crescita insostenibile dei costi - a farne le spese saranno gli utenti finali: se le autorizzazioni non ci saranno non sarà possibile garantire la copertura del segnale nelle aree oggetto della gara Lte.

Dal punto di vista normativo è per ora tramontata l’ipotesi di modifica della legge italiana sulle emissioni elettromagnetiche, i cui limiti di 6 V/m sono i più bassi dell’Ue. La proposta di modifica era contenuta nella bozza del decreto sviluppo, finito nel cassetto con la fine del Governo Berlusconi.

Una proposta però duramente criticata da Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e Arpa (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale), contrarie all’ipotesi di adeguamento degli strumenti di misurazione delle emissioni elettromagnetiche. La modifica non sarebbe necessaria - sostengono i due enti - “poiché l’attuale normativa consente già la realizzazione delle nuove reti”.

Ma secondo le telco l’esperienza sul campo con il 2G e il 3G già da sola smentisce la tesi. Il limite dei 6 V/m crea difficoltà soprattutto a livello di pertinenze esterne degli edifici, quali balconi, terrazzi condominiali, lastrici solari.

E ci sono anche problemi di interferenze dovuti alla presenza di “barriere” architettoniche, come ad esempio la presenza di lavatoi sopraelevati o torrini adibiti ad altre funzioni sui tetti degli edifici che “depotenziano” il segnale. Quindi ciò significa che molti impianti esistenti non potranno essere utilizzati per l’installazione di ulteriori trasmettitori, quelli necessari per garantire il segnale 4G.

Le difficoltà per le telco dunque non mancheranno. E la questione non si esaurisce al tema delle interferenze. C’è anche un problema con le misurazioni delle emissioni: le strumentazioni attualmente utilizzate non sono “standard” a livello nazionale, ossia ciascuna Regione utilizza quella che ritiene più consona con discrepanze sul fronte dei risultati finali effettivi.

Il decreto sviluppo puntava a uniformare le misurazioni prevedendo l’uso di valutazioni standard attraverso l’elaborazione di norme tecniche condivise, come quelle elaborate dal Cei (Comitato elettrotecnico italiano) e soprattutto cercando di dare una chiave di lettura univoca alle valutazioni. Che non sono affatto scontate. Oggi alcune Arpa regionali, fra cui la Toscana, interpretano in modo arbitrario gli obiettivi di qualità riducendo a 3 V/m la soglia delle emissioni in alcune situazioni dimezzando quindi i limiti fissati dalla legge, quelli dei 6 V/m.

28 Novembre 2011