Dal Co: "Le Ngn si possono fare da subito"

FOCUS NGN/2

Secondo il consigliere per l'Innovazione del ministro Brunetta la società veicolo può nascere dal conferimento delle reti di Regioni e Comuni

di Gildo Campesato
«Ha ragione il presidente di Agcom Corrado Calabrò: la svolta nella realizzazione delle reti di telecomunicazione di nuova generazione in Italia può passare per una società in grado di mobilitare le ingenti risorse finanziarie private necessarie”. Mario Dal Co, economista, consigliere per l’Innovazione del ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione Renato Brunetta, non ci pensa due volte. La proposta avanzata da Calabrò nella Relazione annuale 2009 lo convince pienamente. Anche perché da tempo Dal Co va sostenendo una proposta analoga, come su un paper pubblicato di recente sul sito www.crusoe.it
Gli obiettivi a medio-lungo termine sembravano passati in secondo piano rispetto all’emergenza digital divide.
Calabrò ha il merito di riportare lo sguardo di tutti verso l’obiettivo più ambizioso. Battaglia contro il digital divide e impegno per le reti di nuova generazione vanno perseguiti come obiettivi strategici. La politica dei due tempi più che essere sbagliata, non esiste. La velocità di cambiamento della tecnologia è così elevata e la direzione della trasformazione sociale ed economica così imprevedibile, che non è possibile pianificare astrattamente seconde fasi coerenti con prime fasi. Non vi è alcuna fase, il processo è continuo, ma instabile. Si devono usare strumenti di mercato, gli unici che si adattano al cambiamento, che hanno capacità di autoadattamento, che consentono di fallire e ricominciare. Mentre lo Stato non può fallire. La politica può fallire, non lo Stato.
È difficile prevedere i mercati. Forse anche questo spiega perché Telecom Italia, gravata da problemi finanziari, non può spingere sugli investimenti di rete. Gli altri gestori, poi, sembrano ancor meno interessati a metterci del loro...
Guardi, nessuno vuole mettere in croce TI o gli altri. Sappiamo benissimo lo stato di incertezza in cui si trovano. Per ragioni, tra l’altro, che non si possono addebitare all’attuale management. Ma l’Italia ha bisogno della banda larga. Dopo una partenza eccellente stiamo tornando indietro.
Lo convince lei Tremonti a mettere mano alla borsa? Stentano ad arrivare persino i fondi Cipe per il digital divide e per Piano e-gov 2012.
Quei fondi servono ad arrestare l’arretramento e sono necessari. Per accelerare lo sviluppo della banda larga, invece, voglio mettere le mani alla Borsa di Milano, non a quella di Tremonti. Le dico anche che condivido la strategia del ministro del Tesoro: la crisi si colloca dentro ai vincoli della finanza pubblica. Non se ne esce ignorando quei vincoli, ma utilizzando tutti i margini per fare efficienza, recuperare competitività, migliorare la qualità e fare innovazione.
È il programma del ministro Brunetta per la PA...
Non solo per la pubblica amministrazione, il programma del Ministero è rivolto anche alle imprese e alle famiglie. Non sono solo “clienti” della PA, ma devono avere un ruolo attivo nell’innovazione della PA e del sistema. Nell’amministrazione, ma anche nelle aziende e nelle famiglie, gli spazi di efficienza da recuperare ci sono, come abbiamo visto. Faccio un esempio: nel settore privato per effetto della paura della crisi e per la maggiore serietà dei medici (questa derivante dai provvedimenti presi per il settore pubblico) l’assenteismo si è ridotto del 15%. Probabilmente corrisponde ad un recupero di produttività pro capite di mezzo punto: sono risorse aggiuntive. Come lo sono i risparmi dovuti alla riduzione del 40% dell’assenteismo nel pubblico impiego.
Non vedo come questo risolva il problema delle risorse.
Un economista, Harvey Leibenstein, ha scoperto mezzo secolo fa quella che ha chiamato x-inefficiency, ossia il fatto che si è lontani dal punto di migliore efficienza, non solo nella PA, ma anche nelle aziende private. Il recupero di questa efficienza produce risorse. Calabrò ha ricordato che Regioni ed Enti Locali, municipalizzate e società pubbliche hanno già investito molto nella fibra negli anni passati. A livello territoriale ci sono spezzoni di rete in fibra, posate in ordine sparso, a volte spente, comunque non inserite in un processo imprenditoriale capace di valorizzarle. Non si tratta solo di integrare tecnicamente le reti pubbliche: la vera sfida è metterle in un unico soggetto imprenditoriale.
Vuole creare una nuova società pubblica?
Nemmeno per sogno. Voglio una società privata che nasca dal conferimento di tutte le reti pubbliche. I soci saranno gli attuali proprietari delle reti locali e avranno quote proporzionali al valore dei conferimenti effettuati. Ci sono le reti degli Enti Locali, delle Regioni, e anche delle aziende pubbliche o private, purchè trovino vantaggioso conferire la loro rete. Una cosa simile fu fatta da Franco Tatò quando Wind, partendo dalla rete e dalle competenze Tlc di Enel. I soggetti che conferiscono i loro asset parteciperebbero ad una società indipendente, che dovrà avere un management motivato e sarà finanziariamente robusta.
Potrebbe parteciparvi anche Telecom Italia?
Tutti possono partecipare, se apportano asset o capacità di investimento. Forse l’unica cautela è, trattandosi di infrastruttura cui altri debbono accedere senza discriminazioni, che nessuno superi una certa quota e condizioni le scelte della nuova società. Costituita con il conferimento delle reti locali, essa nascerebbe senza esposizione finanziaria e con asset importanti. I suoi progetti di crescita sarebbero “bancabili”, potrebbero attrarre facilmente risorse da privati come i fondi e dagli istituti di credito: potrebbe avere un ruolo importante nello sviluppo delle reti di nuova generazione.
Sembra l’uovo di Colombo.
L’idea è semplice, anche se mi rendo conto che l’attuazione non lo sarà altrettanto. Ma i vantaggi sono lampanti: si valorizzano gli investimenti pubblici già effettuati, si sviluppa la nuova rete senza necessità di risorse pubbliche aggiuntive, si consente ai soggetti pubblici, dopo lo start up, di vendere le loro quote con l’effetto di privatizzare e rendere disponibili risorse aggiuntive per la finanza pubblica.
Ma come convincerà i Comuni? Sono gelosi delle loro reti. Mica può espropiarli.
Nessun esproprio. Si possono però prevedere incentivi fiscali per favorire l’operazione. È nel loro interesse cederli: che se ne fanno le istituzioni locali di questi asset? Non è loro compito gestire reti di tlc, così come non è loro compito acquistare le autostrade, dove operano efficacemente i privati. Avviata la società, le istituzioni locali potranno uscirne. Monetizzando l’investimento, avranno soldi per mettere in sicurezza le scuole e per fare efficienza energetica, scelte che hanno un impatto sociale e anche un ritorno economico e politico assai superiore a quello di qualche posto in un cda.

20 Luglio 2009