Un mix tecnologico per velocizzare il cantiere

FOCUS NGN/3

Maurizio Dècina: "L'italia non è indietro. Già cablati 300mila edifici, un record in Europa"

di Mila Fiordalisi
«Non è possibile pensare che la rete Ngn avrà le stesse caratteristiche della rete fissa in rame. Ossia che si tratterà di una rete unica nazionale, basata su un’unica tecnologia e realizzata da un unico soggetto». Questo il presupposto di base su cui l’Istituito per la competitività Icom ha edificato l’ipotesi di impalcatura della rete di nuova generazione. Ipotesi messa nero su bianco in un rapporto che – primo nel suo genere in Italia – fa il punto sullo stato di avanzamento del dibattito nazionale ed internazionale in materia di nuove reti. Che la nuova rete si debba fare è dato per scontato in casa Icom. La discussione ora passa a livello di “fattibilità”, economica e tecnologica. Il mix di tecnologie fisse e mobili sembra la strada migliore. “Tecnologie quali Wimax, Hspa e Lte, nel giro di pochi anni, saranno in grado di replicare le prestazioni di una rete fissa, il tutto però a fronte di un costo sensibilmente inferiore, che potrebbe essere stimato in un intervallo fra gli 800 milioni di euro e gli 1,6 miliardi per la realizzazione di una rete a copertura nazionale”. Queste soluzioni però si concentreranno nell’Italia in digital divide, la stessa che già carente di Adsl probabilmente non sarà mai raggiunta dalla fibra a causa della scarsa rimuneratività degli investimenti. Diversamente la fibra la farebbe da padrona nelle città dove peraltro alcune iniziative sono già state portate a termine e altre se ne vedranno. Maurizio Decina, docente di Tlc presso il Dipartimento di Elettronica e Informazione del Politecnico di Milano, sostiene che l’Italia non è affatto indietro rispetto agli altri Paesi. “In Europa gli abbonati al Fttx ammontano in totale a 1,2 milioni. Siamo dunque a livello di sperimentazione. Ma si tenga conto che la torta italiana vale da sola 300mila”. Resta da decidere su quale delle tre opzioni in campo, ossia Ftth (Fiber to the home), Fttb (Fiber to the building) e Fttc (Fiber to the cabinet), bisognerà orientarsi. Sulla base dei fondi disponibili, delle regole e anche delle prospettive di sviluppo della domanda di servizi.
Se per portare la fibra nelle aree urbane in modalità Ftth , quella più ambiziosa, il costo stimato ammonta a mille euro per abitazione, si sale a 6.500 euro nelle aree rurali. Vero è però che il riutilizzo del 95% dei cavidotti farebbe abbattere a 600 euro la spesa necessaria nelle aree urbane e a 1.500 quella per le aree rurali. E non è un caso se i regolatori europei e nazionali si stanno concentrando proprio sull’ipotesi condivisione. Comunque vada per realizzare la nuova rete nel nostro Paese saranno necessari almeno 10 miliardi di euro: un investimento che consentirà di cablare solo le aree ad elevata concentrazione di popolazione. E basta il confronto con la Francia per farsi un’idea degli ordini di grandezza: Oltralpe è stato calcolato che per la realizzazione della rete Ngn in aree urbane (10 città) bisognerà mettere sul piatto 8 miliardi di euro. Ma ne serviranno 30 miliardi per estendere l’infrastruttura a tutto il Paese. Se la modalità Ftth rappresenta senza dubbio la soluzione più idonea in termini di quantità di Mb erogabili, è anche quella che richiede maggiori investimenti in fase iniziale: elevatissimo il costo derivante dalle opere di ingegneria civile (che pesano per circa l’80%). E poi bisogna considerare i lunghi tempi di realizzazione e anche gli elevati costi di transazione dovuti ai rapporti con i condomini. Va calcolato però il risparmio derivante dall’abbattimento dei costi di manutenzione che secondo la Commissione europea è nell’ordine del 70% rispetto alla rete in rame a patto però di un completo switch off della “vecchia” rete.
La situazione non varia molto nel caso del Fttb, anche se dal conto bisogna detrarre i costi necessari alla realizzazione delle opere verticali. La soluzione più praticabile sembra essere dunque quella della modalità Fttc.  Qui la maggiore voce di costo è rappresentata dall’aggiornamento degli street cabinet: gli armadi attualmente in uso non hanno molto spazio per garantire la co-locazione delle risorse. Si renderà dunque necessaria la realizzazione di nuove cabine accompagnata con l’aggiornamento di quelle esistenti attraverso l’adozione di mini-Dslam. Insomma qualunque sia la soluzione tecnologica bisognerà mettere pesantemente mano al portafoglio. “Quella di un unico investitore è un’ipotesi improbabile, anche in considerazione del particolare momento congiunturale”, sottolineano da Icom.

20 Luglio 2009