Rete Telecom, Bernabè-Caio uno a zero

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Il superconsulente del governo allunga i tempi di consegna del rapporto
E il numero uno di Telecom riesce a tenersi stretto il controllo della rete. Per ora.


di Paolo Ferri
L’ultimo consiglio di amministrazione di Telecom Italia potrebbe essere ricordato come quello dell’affrancamento di Franco Bernabè, dopo un anno vissuto sotto il peso di vincoli e incognite di ogni tipo. In un colpo solo l’amministratore delegato è riuscito a portare agli azionisti risultati economici nettamente superiori alle attese (che hanno consentito perfino di pagare il dividendo) e a mettere la parola fine al tormentone dello scorporo della rete. Quell’operazione, dicono oggi quasi tutti, non si farà. Anzi, non è più neppure all’ordine del giorno. Può anche darsi che queste affermazioni non riflettano del tutto lo stato delle cose e che siano ancora in corso trattative informali e sotterranee pronte a riemergere nei prossimi mesi. Quel che è certo, tuttavia, è che un’eventuale separazione proprietaria della rete non potrà avvenire contro la volontà del numero uno di Telecom. Se mai si farà, l’operazione dovrà essere contrattata per filo e per segno con l’ex monopolista telefonico. È difficile immaginare un segnale più significativo del rafforzamento di Bernabè. Solo poche settimane fa l’ex ad dell’Eni sembrava rischiare seriamente di dover abbandonare in modo traumatico per la seconda volta (la prima fu ad opera di Roberto Colaninno, nel 1998) il timone di Telecom, magari sotto il peso del rapporto sulla banda larga che il governo ha commissionato all’ex amministratore delegato di Omnitel e di Cable&Wireless, Francesco Caio.

L’idea era che un’eventuale scelta di campo netta a favore dello scorporo proprietario della rete avrebbe scavato la terra sotto i piedi a Bernabè, dal momento che ne sarebbe scaturita una fase di contrasti forse incomponibili fra i suoi azionisti. Da una parte quelli favorevoli alla creazione di una nuova società da quotare in borsa (con il beneficio di importanti flussi finanziari per gli investimenti di Telecom e per la stabilità delle banche azioniste di Telco), dall’altra Telefonica, preoccupata delle ripercussioni di una scelta del genere sulla regolamentazione negli altri paesi europei, Spagna in testa.
Le cose stanno andando invece ben diversamente. Tant’è che il rapporto di Caio tarda in modo sorprendente. Al momento in cui chiude questo numero del Corriere delle Comunicazioni si dice che dovrebbe arrivare nel giro di qualche giorno, ma è almeno la terza o quarta volta in due mesi. Se si fa attendere è verosimilmente perché i margini per lo scorporo si sono fatti più stretti, rendendo l’attesissimo rapporto un motivo di imbarazzo non più per Bernabè, ma per chi lo ha scritto.

Se non ci sarà una scelta netta in favore dello scorporo della rete, infatti, che cos’altro potrà giustificare il clima di attesa che ha circondato finora quel documento? L’analogo lavoro fatto da Caio per il governo inglese mise l’accento soprattutto sulla necessità di far marciare di pari passo la realizzazione della rete in fibra ottica e quella dei contenuti da farci passare dentro, evitando così il rischio di spendere montagne di soldi per costruire autostrade destinate a restare prive di automobili. In Italia, purtroppo, questo rischio è forse ancora più grande che in Inghilterra, visto che i servizi necessari ad attirare gli utenti sulla banda larga (a partire da quelli della Pubblica amministrazione, ma il discorso si potrebbe allargare anche alla tv via Internet) sono ancora tristemente al palo. Ora si tratta di capire che cosa possono e vogliono fare gli attori di questa vicenda per favorire lo sviluppo delle connessioni broadband nel nostro paese. La Telecom di Bernabè ha scelto di bandire ogni commistione fra il ruolo del distributore e quello di fornitore di contenuti, rinunciando una volta per tutte all’ipotesi media company tanto cara alla gestione di Marco Tronchetti Provera (durante la quale erano state addirittura commissionate prove di palinsesti Telecom da mandare via Internet). Da questo punto di vista la posizione di Bernabè è così chiara che più non si potrebbe. “La media company - ha detto in un’intervista al Sole 24 Ore il giorno stesso del cda - richiede competenze ed esperienze che noi non abbiamo. Il nostro compito è di mettere a disposizione l’infrastruttura, punto”. Precisazione che introduce un altro tema caldo e sensibile per il destino della rete: quello dei rapporti fra Telecom e i fornitori di contenuti, Mediaset in testa. Le voci dei mesi scorsi volevano che proprio la tv della famiglia del presidente del Consiglio fosse in pressing per lo scorporo della rete, considerata un canale strategico per contrastare nel medio periodo l’avanzata di Murdoch e l’attacco che quest’ultimo ha portato alla tv generalista attraverso il satellite. Quale migliore garanzia di una rete totalmente neutra, o forse perfino partecipata dalla stessa Mediaset? Ammesso che le cose stessero davvero così, l’aria dev’essere nettamente cambiata anche su questo fronte, visto che è di pochi giorni fa l’annuncio di un accordo fra Telecom e Mediaset per consentire l’accesso ai programmi a pagamento dell’offerta Mediaset Premium, proprio attraverso Alice Home Tv. È la dimostrazione, se mai ve ne fosse bisogno, che per chi vuole fare la tv via Internet avere la rete in mano a Telecom non rappresenta un problema.



05 Marzo 2009