"Ma noi di Tre ci abbiamo creduto"

LAVORO&TLC/4

Tele-Rilevamento Europa, 26 addetti e filiale in Canada, sviluppata nell'incubatore universitario

di Matteo Buffolo
Da ingegneria delle telecomunicazioni escono solo “topi da laboratorio”? Non proprio. Anzi, per chi è bravo e determinato, ci sono molte occasioni. Una è quella di mettersi in proprio.

Negli ultimi dieci anni il Politecnico di Milano ha partorito 15 società spin-off: di queste, sette sono venute fuori da ingegneria delle telecomunicazioni. E fra queste ci sono anche le tre più grandi, che da sole fatturano circa una decina di milioni l’anno. Il Politecnico ha realizzato dei veri e propri “incubatori d’impresa”, aree in cui far crescere queste realtà, formate da studenti che hanno deciso di mettere in comune sogni e capacità, per poi farle uscire quando sono abbastanza strutturate da camminare con le proprie gambe, mantenendo inizialmente una parte della proprietà e riducendola poco a poco.

Il Corriere delle Comunicazioni ne ha parlato con Alessandro Ferretti, Ad e co-fondatore di Tre (Tele-rilevamento Europa) che, nata da tre persone, ora ne occupa 26 e ha aperto una filiale in Canada.

Com’è nata l’idea della sua azienda e cosa ha fatto il Politecnico per aiutarvi?
Tele-Rilevamento Europa (Tre) è nata dalla voglia di non fermarsi all’articolo scientifico, provando a verificare la portata di un’idea innovativa nata dalla ricerca universitaria. Nel nostro caso si trattava di un algoritmo per la stima di deformazioni superficiali del terreno a partire da immagini radar satellitari. Allora eravamo un professore ordinario (Fabio Rocca), un professore associato (Claudio Prati) e un assegnista di ricerca con contratto a termine (il sottoscritto).
Certo la mancanza di prospettive per una carriera accademica, a causa della mancanza di concorsi, e la necessità di provare a costruire un futuro professionale non dipendente da manovre finanziare o riforme dell’università hanno giocato, nel mio caso, un ruolo importante nella scelta imprenditoriale. Dopo aver brevettato la tecnica, abbiamo iniziato una serie di discussioni che sono sfociate nel 2000 nella creazione di Tre. Si trattava della prima società a fine di lucro compartecipata dall’Ateneo: evento comune nelle università d’oltreoceano, ma estremamente raro in Italia, almeno dieci anni fa.
L’ingresso nell’incubatore d’impresa del Politecnico di Milano, creato da lì a poco, e la passione dei primi dipendenti, ex-tesisti con un enorme desiderio di lavorare nel settore satellitare e con una gran voglia di fare, hanno permesso di fare i primi passi, forse i più difficili.

Una volta usciti dall’ “incubatrice” universitaria, come sono rimasti i rapporti con il Polimi? E il mondo del mercato come ha visto il legame con questo mondo?

Una volta usciti dall’incubatore, i rapporti con il Politecnico sono rimasti buoni, anche perché due dei soci facevano parte del personale strutturato ed entrambi erano ormai professori ordinari. In generale, si è deciso di portare avanti le attività di ricerca a medio-lungo termine in ambiente universitario, tipicamente finanziando dei dottorati di ricerca su tematiche d’interesse, e portando avanti lo sviluppo a breve-medio termine in Tre. Non dimentichiamo poi che Tre paga delle royalities all’Ateneo per lo sfruttamento del brevetto e con queste si finanziano altre iniziative.

C’è una disaffezione degli studenti verso l’ingegneria delle telecomunicazioni. Riesce ad immaginarne i motivi?
Le voci corrono in fretta. Il tam-tam degli studenti è estremamente efficace. Quando si comincia a sentir dire che il mercato, soprattutto quello della telefonia, è saturo, la ricerca si fa all’estero e qui in Italia si finisce per fare i commerciali, la gente si preoccupa. Se poi corre voce anche che il corso di studi è lungo e impegnativo…

Perché farlo, se poi sembra non offrire sbocchi lavorativi interessanti?
E cosa si sente di consigliare loro, soprattutto pensando alle prospettive?

Difficile a dirsi. Quello che posso dire è che la base culturale offerta da Ingegneria delle Telecomunicazioni è ancora di livello elevato e permette di avere gli strumenti giusti per provare a comprendere un mondo che cambia a ritmi impressionanti. Ho paura di chi sceglie una laurea solo perché gli hanno detto che guadagnerà bene. Quando? Fra 5-6 anni? Ma nel frattempo può essere cambiato tutto! Cerchiamo invece di puntare in alto quando studiamo quello che ci piace e per cui ci sentiamo portati.
Proviamo ad essere i più bravi. A livello internazionale. Lo so, non è facile trovare l’equilibrio tra realismo e sogno, ma - dopo tutto - non è proprio questa la formula magica per fare imprese di successo?

22 Settembre 2009