Telco2: soldi cinesi per la Ngn di Telecom?

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A pochi giorni dal rinnovo del patto di sindacato il governo Berlusconi studia le contromosse per un'uscita di scena di Telefonica. Il vice-ministro Romani è volato in gran segreto in Cina

di Patrizia Licata
I riflettori di Palazzo Chigi puntati su Telecom Italia e sulla “convivenza” con il colosso spagnolo Telefonica, “sempre considerata ‘difficile’ dal governo presieduto da Silvio Berlusconi”, nota Claudio Tito di Repubblica. E ora, a un mese dalla scadenza per rinnovare il patto di sindacato di Telco – la finanziaria che controlla il gruppo – il premier sta facendo pesare tutta la sua “moral suasion” sui principali partner italiani dell’azienda.

“Vuole ‘garanzie’ sulla ‘italianità’ dei telefoni. E sicuramente sul controllo della rete”, scrive Tito. “Anche perché, a inizio settembre, il viceministro per le Comunicazioni, Paolo Romani, è volato in gran segreto in Cina. Con un compito preciso: far valere la mediazione dell’esecutivo italiano e individuare risorse da mettere a disposizione dell’indebitata azienda guidata da Franco Bernabè”.

Romani ha incontrato i suoi omologhi cinesi e alcune delle più grandi banche di Pechino per studiare un finanziamento finalizzato all’ammodernamento della rete Telecom, un progetto che richiede subito 800 milioni di euro e che l’italiana (indebitata per 35 miliardi) non può trovare da sola. In cambio della disponibilità degli istituti di credito cinesi, Telecom (che in Cina ha già una partnership con la Huawei) metterebbe a disposizione la sua tecnologia.

Ma le risorse del “Far East” non servono solo a rendere più moderna la rete Telecom. Sono considerate da Palazzo Chigi, spiega Tito, anche come “grimaldello per ‘regolare i conti’ con Telefonica. Il Cavaliere non ha mai nascosto di temere le mire espansionistiche di Cesar Alierta. ‘Telecom deve rimanere italiana’ è il suo leitmotiv”.

Soprattutto, deve rimanere italiana la rete, considerata una “infrastruttura di interesse strategico, una questione di ‘sicurezza nazionale’. Anche perché nel prossimo futuro, quando si arriverà alla ‘nuova generazione’, sui cavi telefonici ‘passerà’ anche la televisione. Un settore particolarmente a cuore al presidente del Consiglio. L’ordine, quindi, è netto: o Telecom resta italiana o si ‘scorpora’ la rete. Soprattutto se viene ammodernata”. Del resto, lo aveva detto anche Bernabè una decina di giorni fa in occasione di una Convention aziendale: “Non ci faremo scippare la nostra infrastruttura”. Tuttavia, “liquidare per intero il partner spagnolo non è facile”, nota Tito. “Il 10% di Telecom vale circa 3 miliardi. Ma per uscire dal gruppo sicuramente gli spagnoli reclameranno di più”. Il Cavaliere ha allora lanciato “segnali inequivocabili” a Generali, Mediobanca e Intesa, che insieme alla Findim di Franco Fossati (detentrice del 5% di Telecom) “potrebbero essere chiamati a uno sforzo supplementare. Sapendo che, in caso di necessità, è pronta pure la sponda cinese”.

29 Settembre 2009