Landini (Fiom): "Rete Telecom torni pubblica"

LO SCORPORO

Il segretario generale: "Serve una politica industriale che porti la banda larga a tutto il paese. Insufficienti i 750 milioni per l'Agenda Digitale". Bassanini (Cdp): "Insieme alla Bei, siamo i soli in grado di fare investimenti a lungo termine". Azzola (Slc-Cgil): "Nessun paese europeo ha scorporato la rete". Dècina (Agcom): "Il rame fondamentale per altri 40 anni"

di Paolo Anastasio

La rete fissa di Telecom Italia deve “tornare ad essere pubblica” perché è necessaria una “politica industriale che porti la banda larga a tutto il paese. Senza banda larga, l’Agenda Digitale è a rischio”. Lo ha detto oggi Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil, all’assemblea nazionale del sindacato dedicata alla banda larga, nella quale sono emersi tutti i problemi di un settore in forte crisi, che occupa 50mila persone nel paese, sommando le aziende di produzione di apparati e l’impiantistica.    

A proposito dello scorporo Landini chiede che “la discussione tra Telecom e Cdp in merito alla rete sia aperta, pubblica e coinvolga anche i sindacati, perché non può essere una questione privata del gruppo telefonico, visto che riguarda tutto il Paese”. Secondo Landini, in sostanza, “un nuovo intervento pubblico nell'economia è necessario” e “sarebbe anche utile che le forze politiche dicano cosa vogliono fare su queste materie”.

Secondo la relazione di Roberta Turi, segretario nazionale della Fiom-Cgil e responsabile Ict, (qui la bozza della relazione) la ripubblicizzazione della rete Telecom dovrebbe portare anche a regole diverse per gli appalti "che favoriscano la buona occupazione attraverso l'utilizzo di clausole di salvaguardia occupazionale in caso di cambio appalto e il superamento delle gare al massimo ribasso a favore dell'offerta economicamente più vantaggiosa". I 750 milioni di euro a copertura dell’Agenda Digitale, aggiunge il sindacato, sono “insufficienti rispetto a quello di cui avrebbe bisogno il paese per eliminare il digital divide e dotare il paese di un’infrastruttura che, entro il 2020, dovrebbe vedere una vasta porzione del territorio raggiungere la velocità di 100 mega, come prevede l’agenda digitale europea”.

In questo contesto, le tute blu delle aziende tlc sono in crisi. I maggiori produttori di apparati di rete, vale a dire Italtel, Alcatel Lucent, Nokia Siemens Networks e Ericsson, sono tutti alle prese con piani di ristrutturazione, esuberi e cassa integrazione, “pressate dalla concorrenza cinese (Huawei e Zte ndr), l’Europa e l’Italia sono sempre meno redditizie”. Il sindacato auspica un maggior intervento del governo italiano, come avviene negli Usa e anche a livello Ue, per “far competere le aziende cinesi alla pari con le altre”.

Anche le aziende di installazioni telefoniche sono in sofferenza, con un nutrito elenco di imprese in crisi: fra queste Ciet, Mazzoni, Icot, Sielte e Sirti. Sul comparto, secondo la Fiom, "pesa il ricorso sfrenato alla pratica del subappalto e delle gare al massimo ribasso", sfociata in una guerra dei prezzi che abbatte i margini aziendali.

Una boccata d'ossigeno per il settore Tlc dovrebbe arrivare dall'avvento dell’Lte, anche se sull’accensione del segnale sulle frequenze a 800 Mhz il primo gennaio del 2013 pesa l’incognita delle interferenze con il segnale del digitale terrestre televisivo, che rischia di accecare fino a 700 mila abitazioni secondo stime della Fondazione Ugo Bordoni, braccio operativo del Mise anch’esso in crisi di finanziamenti.

La crisi delle Tlc, secondo la Fiom-Cgil, affonda le sue radici nella “privatizzazione disastrosa di Telecom Italia” e nella scarsa considerazione che la politica dimostra per la banda larga. “Il costo della copertura del paese con la banda ultralarga è assimilabile a quello di una ‘grande opera’, tra i 15 e i 20 miliardi di euro, il costo della Tav Torino-Lione – si legge nella relazione della Fiom – Non sarebbe stato meglio spendere la stessa cifra per collegare il 100% dei cittadini a 30 mbps e il 50% a 100 Mbps, piuttosto che utilizzarla per devastare la Val di Susa contro il valore di chi ci abita?”.

Giudizio non troppo lusinghiero per l’Agenda Digitale arriva da Vincenzo Vita, deputato del Pd: “L’Agenda Digitale vista da vicino è stata un’occasione perduta – ha detto Vita – E’ un pasticcio normativo, con qualche contenuto innovativo, e soprattutto non tocca temi fondamentali come la rete e lo spettro radio”. In tema di spettro radio, il senatore del Pd attacca la gara per l’assegnazione delle frequenze (ex beauty contest), che starebbe provocando “la chiusura di tre quinti delle emittenti locali – denuncia Vita – questo è il paradosso del digitale”. Per quanto riguarda la posizione della Fiom, Vita è dell'avviso che si tratti di materiale prezioso, che dovrebbe essere proposto al Pd per la prossima campagna elettorale.

Critico sull’Agenda Digitale anche Michele Azzola, segretario generale della Slc-Cgil: “L’Agenda Digitale per ora è soltanto un insieme di titoli e di buone intenzioni – dice Azzola – Bisogna affrontare i nodi veri, che riguardano in primo luogo l’accesso alla banda larga e la digitalizzazione della PA, perché temi come le start up hanno ricevuto molta enfasi  dal governo, ma non sono così importanti. Un tema importante, poi, è se possiamo permetterci di metterci nelle mani di Huawei e delle aziende cinesi senza colpo ferire. Il tema dello scorporo della rete e degli appalti, poi, sono fondamentali”. E sullo scorporo Azzola è piuttosto scettico. “Non c’è nessun paese in Europa che abbia scorporato la rete – dice Azzola – nel contempo, Telecom Italia non è in grado di fare investimenti nella rete, a causa di un debito superiore a 27 miliardi di euro. La cessione della rete rischia di abbattere Telecom Italia, rendendola un player provinciale. E’ pur vero che oggi grazie al vectoring è possibile una forte rivalutazione della rete in rame e quella potrebbe essere una soluzione percorribile”. Un altro punto interrogativo, secondo il sindacalista, riguarda la moltiplicazione delle reti: “Abbiamo bisogno di più reti concorrenti fra loro, ad esempio di un soggetto come Metroweb in campo per le Ngn in 30 città?”, domanda Azzola. Tanto più che la qualità delle reti esistenti, a causa di gare al massimo ribasso, oggi sta scadendo. “Fuori dalle grandi città le reti mobili trasmettono male e prende soltanto il vecchio gsm – dice Azzola – tablet e smartphone fuori dal raccordo anulare non funzionano”.

Troppo pochi “750 milioni di euro nominali” per finanziare l’Agenda Digitale. La pensa così  Maurizio Dècina, commissario dell’Agcom, secondo cui “l’Agenda Digitale è fatta di infrastrutture di rete e applicazioni – dice Dècina – le infrastrutture sono una summa di reti radio e reti fisse in rame o in fibra. Fra 12 mesi, secondo l’Agenda Digitale europea, tutti i cittadini europei dovrebbero avere un accesso a 2 megabit. In Italia sono 4,5 milioni i cittadini che non hanno accesso alla banda larga, pari a 1,5 milioni di abitazioni”. Ma senza reti non si faranno le applicazioni e anche con le reti non è detto che le applicazioni si facciano".

In questo contesto, l’Ftth (Fiber to the home) è un’impresa costosa (700 – 800 euro a unità abitativa) e in più i cittadini non sono disposti a pagare. “Il rame è fondamentale e lo sarà ancora per 40 anni – dice Dècina – con il vectoring, tramite la tecnologia Gfast, è possibile potenziare la rete in rame con un investimento complessivo di 8 miliardi”. Per quanto riguarda lo scorporo della rete, Décina concede che “nessun incumbent europeo ha effettuato lo scorporo della rete, ma è altrattanto vero che nessuno ha il debito di Telecom Italia – aggiunge il commissario Agcom – lo scorporo è una splendida occasione perché aumenterebbe la competizione nel fisso, dove la concorrenza non è molto elevata”, avendo Telecom più del 50% degli accessi. Regolamentando a dovere la nuova società della rete, si potrebbe riservare la maggioranza nel cda a Telecom Italia, stabilendo a priori che tutte le decisioni "su come e dove effettuare i cablaggi siano prese insieme con tutti gli azionisti", precisa. Con una rete scorporata l’Agcom potrebbe inoltre cambiare i prezzi d’accesso favorendo gli investimenti.

Franco Bassanini, presidente della Cassa Depositi e Prestiti, chiude il cerchio dicendo che “montagne di studi e ricerche dicono che investire in infrastrutture è un fattore di crescita – dice –. Gli investimenti pubblici in Italia negli ultimi tre anni sono dimezzati. L’infrastruttura di rete, come già diceva il rapporto Caio, è strategica. Investire nelle Ngn è una cosa ovvia, ma Telecom non ha la possibilità di accelerare i suoi investimenti sulla rete – dice – Dobbiamo quindi pensare ad un mix di tecnologie per rispondere agli obiettivi dell’Agenda Digitale. La fibra può arrivare forse al 20% delle abitazioni del paese, l’Ftth avrà come clienti anche gli operatori mobili. Di certo la Cdp, che è uno strano animale, potrebbe fare un investimento sulla rete a lungo termine (15-20 anni). Soltanto noi e la Bei, ormai, siamo in grado di fare investimenti a lungo termine, le banche non vanno oltre i cinque anni. Non penso che si tratterebbe di ripubblicizzare la rete Telecom,  penso che sia possibile incentivare un accordo per cui la rete Telecom venga scorporata. Si potrebbe così garantire l’eguaglianza di accesso (equivalence of input), stabilire regole per incentivare gli investimenti, la Cdp con una quota del 30%-35% e altri potrebbero portare capitale, Metroweb potrebbe finire all’interno della nuova società della rete insieme a tutti i pezzi di rete che oggi fanno capo agli enti locali. Questo sarebbe utile e si potrebbe fare grazie ai 220 miliardi di euro di risparmio postale in pancia alla Cdp, di cui 130 miliardi liquidi”.   

 


     



 

©RIPRODUZIONE RISERVATA 18 Dicembre 2012

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