Società pubblico-privata per le Ngn?

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Il convegno di Capri rilancia l'ipotesi (formulata la scorsa estate da Calabrò) di una società mista per l'avvio del progetto next generation network. Ecco cosa hanno detto nel corso dell'evento di Between Franco Bernabè (Telecom Italia), Franco Bassanini (Cdp), Corrado Calabrò (Agcom), Paolo Bertoluzzo (Vodafone Italia), Luigi Gubitosi (Wind)

L'ipotesi di una società partecipata da soggetti pubblici e privati per rilanciare le reti di nuova generazione sembra convincere sia gli operatori sia le isituzioni. A Capri, in occasione del convegno organizzato da Between "La banda tra l'uovo e la gallina", Franco Bernabè, Amministratore delegato di Telecom Italia dice sì senza mezzi termini alla proposta lanciata da Franco Bassanini. Il presidente della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) ha proposto di dare vita ad una società pubblico-privata impegnata nella costruzione di reti di nuova generazione nelle aree dove il mercato non ha interesse a portare la fibra ottica. Idea che fa pendant con la proposta, lanciata già la scorsa estate, dal presidente di Agcom Corrado Calabrò.
Nello specifico secondo Bernabè, la società veicolo dovrà essere “a maggioranza pubblica”. Non si tratta di mettere tutti gli operatori d’accordo per dar vita ad una specie di “condominio”, giocoforza litigioso e poco realizzativo, bensì di creare “un soggetto prevalentemente pubblico che investa nell’infrastruttura passiva”, ha precisato l'Ad.  Da tale società Telecom Italia prenderà in affitto in bit stream o in unbundling la fibra nelle aree disagiate”.
Una società a guida pubblica “può accelerare la realizzazione delle nuove reti - ha ribadito Bernabè - E in ogni caso ,Telecom Italia ha già un suo piano per la fibra e continuerà ad implementarlo”.

Anche l’Ad di Wind Luigi Gubitosi si è detto in linea di massima favorevole all’iniziativa anche se, ha sottolineato, la concorrenza “va salvaguardata. Come operatore alternativo siamo pronti a fare la nostra parte, ma la nuova rete deve avere un ritorno dell’investimento, impossibile se non si utilizzeranno criteri di estrema efficienza”.
Nell'esporre l'ipotesi di una società delle reti, Bassanini ha inoltre annunciato la disponibilità della Cdp a mettere a disposizione le proprie risorse in un grande progetto-Paese per le nuove reti. "Ci deve essere presentato un progetto finanziario credibile, che preveda un ritorno dei nostri investimenti, sia pure nel periodo medio-lungo e non a breve visto che la Cassa non fa investimenti speculativi”. Inoltre anche le Regioni potrebbero avere un ruolo importante. "Conoscendo il territorio possono mettere a punto una mappa precisa delle infrastrutture esistenti, consentendone il riutilizzo con conseguente risparmio di costi e tempi di realizzazione delle nuove reti - ha precisato il presidente delle Cdp - Inoltre, le Regioni finanziariamente più solide potrebbero mettere in campo risorse proprie, magari dando vita a società congiunte con gli stessi operatori intenzionati ad investire. “A tali società, sempre con il benestare del Tesoro, potrebbe partecipare anche la cassa”.

Intervenendo anche lui a Capri, il presidente dell'Agcom, Corrado Calabrò, ha ribadito la necessità di investire nelle Ngn, soprattutto in fase come questa. “Un anno e mezzo di parole può bastare. È tempo di passare a un’impostazione operativa”.- ha ammonito -. L’Italia è l’unico Paese a non avere un piano Ngn. E fra l’altro resta sulla carta il finanziamento da 800 milioni, necessario per la messa in opera del Piano Romani. Senza il finanziamento pubblico non partiranno gli investimenti da parte degli operatori che valgono almeno 200 milioni di euro”.
Secondo il presidente dell’Agcom “è importante la creazione di una cabina di regia per evitare che le iniziative in corso si risolvano in uno spezzatino”. “Serve un progetto da realizzare con il contributo di tutti – ha aggiunto - .Se non c’è condivisione prima o poi un anello debole farà saltare tutto”.

Due le ipotesi possibili per la realizzazione della rete di nuova generazione: “Primo: l’incumbent finanzia totalmente il progetto. Secondo: un gruppo di investitori formano società veicolo, anche di natura consortile, aperta alla partecipazione del capitale pubblico. A giudizio del mercato, il primo modello non paga. Il secondo appare più praticabile, anche per il mix di competenze e quindi dei servizi erogabili”.
Il settore privato investirebbe nelle cosiddette zone nere dove il mercato può funzionare da solo.
“Il 60% delle aree del nostro Paese sono però bianche, a scarsa redditività. Qui deve intervenire lo Stato. La Cdp ha disponibilità finanziaria rilevante che in altri contesti come in Francia sta giocando un ruolo importante. Poi ci sono le fondazioni bancarie e fondi italiani e stranieri”. Fra gli attori che potrebbero confluire nel “consorzio” anche le Poste “che hanno all’attivo 320 miliardi di risparmi”.
Riguardo alle regole “bisognerà tenere conto della regolazione come una variabile del progetto”, ha detto Calabrò. “Bisogna garantire lo sviluppo concorrenziale e pluralistico. E l’Autorità dovrà fare da catalizzatore nel processo di transizione. L’Agcom vuole garantire una regolazione innovativa che incoraggi gli investimenti attraverso un risk premium e la concorrenza”.
In risposta alla questione sollevata dagli Olo relativamente all’unbundling e al price cap, il presidente dell’Agcom ha detto che”le grida di allarme sono ingiustificate. È un fuoco di sbarramento preventivo”.

Anche per Paolo Bertoluzzo, Amministratore delegato di Vodafone Italia "serve una società della rete dove convogliare gli sforzi di tutti. L’alternativa sarebbe che la nuova infrastruttura venga realizzata da Telecom Italia In questo caso, però è difficile pensare che non si torni a una condizione di monopolio”. Vodafone dice dunque no alla logica dei co-investimenti: “non crediamo affatto – ha proseguito Bertoluzzo – che ognuno faccia un pezzo di rete, non è sostenibile nel medio periodo. Solo l’ex monopolista è in grado di realizzare l’infrastruttura”. L’Ad di Vodafone Italia ha inoltre sottolineato che “per mantenere la rete in rame nei prossimi dieci anni si spenderebbero 900 euro per ogni abitazione. Con la rete in fibra costerebbe molto meno”.

09 Ottobre 2009