Avenia, l'uomo che va oltre

IL PROTAGONISTA

Il top manager di Ericsson Italia, appena nominato responsabile della Brand Strategy a livello mondiale, affronta i temi caldi dell'innovazione in Italia: "Di questo passo rischiamo il sorpasso da parte dei Paesi  emergenti"

di Gildo Campesato
«Internet e le tecnologie della comunicazione hanno cambiato per sempre il nostro modo di vivere, di lavorare e di socializzare. Tali cambiamenti saranno sempre più efficaci quando più si radicheranno all’interno dei processi di una società. Sta nascendo un mondo nuovo. Non capirlo e non agire di conseguenza significa rischiare di rimanere ai margini dello sviluppo. Non solo economico ma anche culturale, civile. Si resta fuori dal cuore della modernità». Cesare Avenia, di mestiere fa l’amministratore delegato di Ericsson in Italia con responsabilità dell’intera market unit South East Europe, ma la sua passione sono le tecnologie. Si avvicina ai sessant’anni, ma non esita a definirsi un “digital native”. Difficile smentirlo, a giudicare dalla naturalezza con cui twitta sul suo iPhone. O dal fervore con cui perora la causa dell’innovazione. Un evangelizzatore si direbbe. O un visionario. Magari quel che predica conviene anche all’azienda che dirige, ma è dal convincimento che nasce l’accaloramento con cui ha accompagnato la sua ultima “provocazione”: fare delle città italiane i capisaldi delle nuove tecnologie, in grado di sostituire il traffico degli atomi con l’alta velocità dei bit, di mandare a casa la vecchia macchina burocratica per sostituirla con la leggerezza dei servizi elettronici. I manager si vedranno in telepresenza al posto di litigare col traffico, malati e anziani saranno in contatto a distanza con medici e ospedali, i pagamenti li faremo con card elettroniche e telefonini lasciando a casa il portafoglio, gli uffici saranno deserti visto che gran parte delle pratiche burocratiche le faremo da casa col pc.
Non le sembra di essere un po’ troppo visionario?
No, questa è già realtà. La vita cui ci introducono le nuove tecnologie della comunicazione. Ericsson ha collaborato con alcune città in vari posti del mondo per sperimentare a livello locale molte di queste applicazioni: da Heraclion o Tricala in Grecia a Johannesburg in Sud Africa, da Stoccolma in Svezia a Kaek in Arabia Saudita. Sono case history che hanno dato risultati incredibili. Resi possibili da un’adeguata infrastruttura in larga banda e dalla volontà delle amministrazioni locali di fornire in maniera nuova i servizi tradizionali. Che si sono trasformati in servizi innovativi.
Banda larga significa grandi spese. Ma i soldi sono pochini.
La banda larga non è una spesa, ma un investimento nel futuro. Non credo, comunque, che il problema prioritario sia quello di trovare le risorse. Queste, se lo si vuole veramente, si possono sempre trovare. Nelle pieghe dei bilanci pubblici o nel mercato.
E quale è il problema principale, allora?
Pensare al futuro richiede una vision: significa progettare cosa saranno domani i nostri figli. E di questo c’è carenza nel dibattito in Italia. È il Paese nel suo complesso che deve porsi il problema di offrire ai cittadini tutta una serie nuova di servizi che trasformeranno in meglio la loro vita: dall’e-health all’e-gov, dall’e-commerce alla e-mobility. È quella che è stata chiamata la reingegnerizzazione delle città, la loro digitalizzazione, se vuole. Dobbiamo essere capaci di investire con una visione di lungo termine. È l’unico modo per poter dare i servizi in modo nuovo, realizzare una crescita economicamente sostenibile, rendere i cittadini protagonisti del loro futuro grazie alla e-democracy.
Non si sente di predicare nel deserto?
No, perché mi sembra che la consapevolezza della direzione di marcia si stia facendo strada un po’ ovunque: dagli Stati Uniti all’Europa all’Estremo Oriente.
In Italia non si trovano nemmeno le risorse contro il digital divide.
È vero, ma mi pare che ci stia rendendo conto che certi ritardi non sono più sostenibili. Lo ha detto lo stesso sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta intervenendo al convegno che abbiamo organizzato a Roma sulle città digitali. Ma il tema va oltre il digital divide. L’infrastruttura in banda ultralarga è fondamentale, come non si stanca di ricordare il presidente di Agcom Corrado Calabrò: è proprio questa visione dell’Italia come fiber nation, che condivido, che chiama ad un impegno di lungo termine.
Ma come dare la scossa?
Partendo da un progetto la cui realizzazione richiede di fare sistema attraverso il contributo e l’integrazione di tutti gli attori coinvolti: cittadini, imprese, istituzioni ed enti regolatori. In testa a tutto ci vuole la regia di un unico referente, il Governo, che definisca le regole, identifichi le priorità e predisponga un piano di sviluppo condiviso. Ci vogliono direzione e coordinamento. Imprese e pubblica amministrazione dovranno integrare le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie all’interno della propria organizzazione e dei propri processi per concretizzare efficacemente il rinnovamento. Il progetto deve coinvolgere il presente e il futuro in una continuità di impegno, a prescindere da quale forza governi in un dato momento. Ubiquitous Japan traguarda il 2020. È di questo che abbiamo bisogno: di immaginare ora il ruolo che l’Ict svolgerà in Italia fra dieci anni.
Partendo da dove? Dall’uovo dell’infrastruttura o dalla gallina dei servizi?
Muovendosi contemporaneamente su entrambi i fronti. Ma è evidente che senza infrastruttura non nasceranno nemmeno i servizi perché non avranno gambe su cui camminare. È da lì che bisogna partire. Ma non dobbiamo aspettare le nuove reti. Molti servizi possono già marciare sulla rete attuale. La sburocratizzazione non ha bisogno delle Ngn. Può partire subito.
Sareste disponibili ad investire nella società della rete?
Certamente. Se si tratta di finanziare opere di cui noi saremo i realizzatori, non ci tireremo indietro.
C’è veramente tutta questa urgenza delle Ngn?
Siamo già in ritardo. I rischi sono enormi. Nelle telecomunicazioni l’Italia è sempre stata all’avanguardia: se staremo ancora fermi rischiamo il sorpasso. Ma sa di chi? Persino dei Paesi emergenti. Non avendo una legacy, possono partire subito con infrastrutture e servizi a larga banda: dopo gli svantaggi competitivi del costo del lavoro, rischiamo di subire anche quelli dell’innovazione tecnologica. Vogliamo diventare satelliti dei Paesi emergenti?
Sta preparando l’uscita di Ericsson dall’Italia?
Non abbiamo nessuna intenzione di uscire dall’Italia. Tant’è vero che abbiamo anche acquisito la Marconi. Né cerchiamo protezioni perché la globalizzazione non si può combattere. Anzi è un bene. Ma la competizione deve essere uno stimolo a evolvere e a continuare ad investire. Come noi stiamo facendo. Certo se un Paese non ha visioni prospettiche e non investe sul proprio futuro, le aziende che vi operano non possono non subirne le conseguenze. Ma mi auguro che ciò non avvenga in Italia.

06 Novembre 2009