Romani: a rischio la rete italiana se Telecom passa di mano

PAOLO ROMANI

Il viceministro alle Comunicazioni: "L'italianità della governance significa poteri di selezionare la priorità degli investimenti. Una proprietà orientata solo ad affari e profitti, potrebbe spostare gli investimenti fuori dall'Italia"

di Roberta Chiti
"Riteniamo che sull'italianità della rete il Governo debba dire quello che pensa" e "l'italianità della governance significa poteri di selezionare la priorità degli investimenti. Se avessimo una governance non strettamente italiana e che sia solamente orientata ad affari e profitti, potrebbe decidere per esempio di fare investimenti in Brasile e non in Italia". Lo ha detto Paolo Romani, vice ministro delle Comunicazioni, riferendosi alle voci di fusione tra Telecom e Telefonica, peraltro smentite dai soci di Telco. "In Italia - ha aggiunto - abbiamo bisogno di un enorme investimento con il coinvolgimento di privati e Governo e mi sembra inevitabile che anche il Governo dica la sua".

Sottolinea il rischio di un impatto negativo sugli investimenti in Italia il presidente del gruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto: "Cosa possiamo aspettarci da questa fusione? Il rischio che noi vediamo - ha detto Cicchitto - è che da questa fusione possa esservi un interesse soprattutto alla gestione di cassa non avendo la possibilità di trovare la crescita. Quindi c'è il rischio di vedere una riduzione degli investimenti in Italia. Ecco: questo rischio va scongiurato".

Cicchitto lo ha detto aprendo un convegno organizzato dalla fondazione che presiede, Riformismo & Libertà, sul tema dei progetti in Italia per sviluppare la banda larga. Per Cicchitto il rischio di un freno agli investimenti in Italia deriva dal fatto che "se tale fusione avvenisse sarebbe il primo caso in Europa di una fusione tra due ex monopolisti", quindi di due operatori che "entrambi non hanno capacità-possibilità di crescere sul mercato interno".

Per l'esponente del Pdl "più che i temi di italianità della rete, la cosa più grave sarebbe quella di vedere il nostro Paese arretrare per via di un mancato interesse, ma non perché non sono italiani, non per motivi di nazionalismo, ma per motivi strategici aziendali".

22 Gennaio 2010