Mannoni: "Senza senso ridimensionare Agcom"

L'AUTHORITY

Il commissario: "L'Antitrust è la gendarmeria del mercato. Il regolatore, invece, ha il compito di disciplinare l’accesso ai colli di bottiglia endemici"

di Matteo Buffolo
Stefano Mannoni, professore di storia delle costituzioni moderne presso la Facoltà di Giurisprudenza di Firenze e Commissario dell’Agcom, non ha dubbi nel difendere le prerogative dell’autorithy di cui fa parte. In un momento in cui l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è sotto pressione su più fronti, dal cosiddetto “Decreto Romani” alle schermaglie con l’Antitrust sulle rispettive competenze, il commissario ha scelto di non mandarle a dire e ha spiegato al Corriere delle Comunicazioni che “bisogna distinguere fra ruoli e missioni”. “Tanto per cominciare - spiega Mannoni - devo ricordare che quando ci siamo insediati (era il 2005, ndr) abbiamo trovato zero analisi di mercato portate a termine, un enforcement abbandonato in toto all’Antitrust capitanata da Giuseppe Tesauro che lo esercitava a colpi di sanzioni multimilionarie, e nell’audiovisivo quello che i più chiamavano  il far west. Chi oggi ci vuole impartire lezioni, a suo tempo ci lasciava in eredità questa singolare applicazione del laissez faire ossia : la mano invisibile del regolatore!”.
Eppure c’è chi sostiene che il compito dell’Agcom non debba durare per sempre, quanto piuttosto esaurirsi dopo aver regolamentato la creazione di un mercato.
Che confusione! Nessuno che faccia il suo mestiere. L’Antitrust è la gendarmeria del mercato e ha la missione di reprimere abusi che ne minaccino il corretto funzionamento. Il regolatore ha il compito di disciplinare l’accesso ai colli di bottiglia i quali, in buona parte, sono endemici. Il perimetro si riduce in termini quantitativi, ma la qualità dell’intervento richiesto non cambia. Rimane sempre la stessa. Almeno in Europa la pensano tutti così.
Questi colli di bottiglia non potrebbero essere regolamentati diversamente, da altre fonti? 
No: il ricorso dell’Antitrust agli impegni non è un succedaneo della regolazione. Gli impegni sono l’equivalente del patteggiamento nel sistema penale. Il tema è comunque quello della deterrenza perseguita attraverso un procedimento meno oneroso e impopolare di quello sanzionatorio. Tutto qui. È comprensibile che in una congiuntura di forte crisi economica il ricorso alla multa possa sembrare sproporzionato. Ma questo non significa affatto che il gendarme si sia trasformato in regolatore. Lo conferma del resto la circostanza che l’antitrust comunitario continui ad irrogare pesanti sanzioni. Per parte sua il regolatore mira all’organicità e all’equilibrio, valori che non possono essere tutelati da interventi episodici come quelli dettati da procedimenti  repressivi ex post. Per tacere poi dei tempi che nei casi delle istruttorie antitrust possono essere largamente incompatibili con l’esigenza di risposte immediate.
Insomma, gli impegni non sono sufficienti o adatti a regolamentare il mondo delle tlc.
La regolamentazione delle telecomunicazioni obbedisce a tre logiche: economica e asimmetrica, quando disciplina il potere di mercato e l’accesso alle essential facilities; tecnica quando investe questioni di coabitazioni simmetrica tra le imprese su un piano di parità, come i piani di numerazione o le frequenze; democratica, come la regia del pluralismo, baluardo dei diritti politici, la tutela dei minori e dei consumatori.
Qual è la posizione dell’Unione Europea su questo tema?
La Commissione Europea nelle  sue fonti più recenti dice chiaro e tondo che anche in un mondo Ngn (next generation network, ndr.) sarà necessaria la regolamentazione ex ante.  Immaginare che l’ingresso nell’era della fibra  significhi  minori problemi concorrenziali significa coltivare una pia illusione. Direi che il dibattito italiano si avvantaggerebbe grandemente di un po’ di consuetudine con quello europeo. Diventerebbe un po’ meno provinciale e perderebbe quell’ aria fastidiosa di lite da pollaio. 
Queste posizioni potrebbero cambiare se si andasse verso uno scorporo della rete?
Non direi proprio. Ho letto qui e là dello scorporo della rete di Telecom Italia per farne una sorte di consorzio delle telecomunicazioni. E’ chiaro che non può funzionare così, né ex ante né ex post. 
Il viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani ha accusato Calabrò di slealtà.
No comment. Osservo solo che la relazione del Presidente al Parlamento è stata integralmente condivisa e supportata dal Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni.

08 Febbraio 2010