Italtel, l'ipotesi del "polo" guidato da Pileri

PROGETTI

Creare un polo impiantistico e manifatturiero delle Tlc in cui far confluire Italtel, Sirti, Sielte e Dial-Face: questo il progetto a cui starebbe lavorando il viceministro alle Comunicazioni Romani. Ruolo guida per Pileri, ex responsabile della rete di Telecom Italia e presidente di Csit

di Patrizia Licata
Creare un polo impiantistico e manifatturiero delle telecomunicazioni in cui far confluire Italtel, Sirti, Sielte e Dial-Face in modo da ottenere più forti economie di scala. E’ questo, secondo quanto risulta al CorrierEconomia, il progetto a cui sta lavorando il viceministro delle Comunicazioni Paolo Romani. Un ruolo di primo piano verrebbe affidato a Stefano Pileri, ex responsabile della rete di Telecom Italia e presidente di Confindustria servizi innovativi e tecnologici.

Non è la prima volta che si tenta un “polo”, nota il CorrierEconomia: il precedente più famoso è l’operazione Telit, in era Craxi, quando si tentò di fondere Telettra e Italtel, ma l’operazione naufragò tra risse politiche, interessi industriali e scontri personali. La Fiat alla fine vendette Telettra ai francesi di Alcatel, per i quali rappresenta tuttora un punto di forza nell’ottica. Oggi l’idea torna a galla spinta dalla crisi dell’Italtel, che l’amministratore delegato Umberto de Julio sta cercando di tirar fuori dai guai con un duro piano di ristrutturazione (ma anche Sirti non sta attraversando un periodo felice).

Il piano de Julio – discusso davanti a Romani venerdì scorso con i sindacati – prevede 400 tagli di personale a Milano, Roma e Palermo. Il piano presuppone che anche azionisti e banche facciano la propria parte. Telecom Italia e Cisco, che posseggono ciascuna circa il 20% del capitale (la cui maggioranza è un mano al fondo americano di private equity Cdr), stanno per sottoscrivere un aumento di capitale di 25 milioni di euro ciascuna. Mentre le banche (tra cui Unicredit, Banco Popolare di Milano e Interbanca) dovrebbero rinnovare le linee di credito per dare modo alla società di gestire con più ossigeno finanziario il peso del debito (circa 235 milioni nel 2008). A questo scopo si sta discutendo un’ipotesi di conversione del debito in equity attraverso il sistema dei cosiddetti strumenti partecipativi, per esempio convertendo in warrant parte degli interessi maturati.

L’ipotesi di creare un polo suscita molti dubbi nelle imprese interessate. Si fa osservare che se un’azienda va bene difficilmente sarà interessata a farsi aggregare ad altre. E’ il caso per esempio della Sielte, società di ingegneria, che, pur in un anno orribile come il 2009, in Italia aumenta la produzione del 2%. Se invece le imprese sono in condizioni critiche, si rischia di mettere insieme più debolezze. In più, sinergie del genere eliminano le sovrapposizioni e non alzano i livelli occupazionali, anzi, li riducono.

Alla base delle difficoltà di Italtel, che nel 2008 ha fatturato 460 milioni e oggi ha circa 2.000 dipendenti, c’è il calo delle commesse di Telecom Italia, che svolge il doppio ruolo di azionista di minoranza e cliente di maggioranza. Tra il 2008 e il 2009 gli ordini sono scesi da 245 a 200 milioni ed è probabile che calino ancora nel 2010. Ma la crisi ha origini più lontane e complesse. Italtel è una delle poche aziende del settore ad aver mantenuto dimensione nazionale in un mondo di colossi frutto di fusioni come Alcatel-Lucent o Nokia-Siemens e dove sono emerse le nuove tigri asiatiche Huawei e Zte che uniscono alta tecnologia, bassi costi e tempi di reazione rapidissimi.

Italtel è troppo piccola per competere con loro e troppo grande per svolgere il ruolo della “boutique” che produce soluzioni su misura, conclude il CorrierEconomia. Per esemplificare come sta cambiando il gioco delle forniture a Telecom Italia, dalle quali Italtel dipende, nei giorni scorsi si è svolta una gara per l’assegnazione di lavori legati alla rete mobile. Base d’asta: 22 milioni. Huawei ha sbaragliato tutti con un’offerta da 7,5 milioni e garanzie tecniche superiori agli avversari.

08 Febbraio 2010