Tim e gli orfani delusi di Berners-Lee

L'EDITORIALE

In Rete si accusa il padre del Web di "tradimento" per avere accettato di sponsorizzare una società telefonica. Una distorsione paradossale, frutto di approcci del tutto ideologici ad Internet e alle sue problematiche

di Gildo Campesato

Non vi è dubbio che il presidente di Telecom Italia Giuseppe Recchi e l’amministratore delegato Marco Patuano abbiano fatto un bel colpo nell’assicurarsi volto e voce di Tim Berners-Lee. Il “padre del web” è il più significativo dei tre testimonial (gli altri sono Fabio Fazio e Pif) della campagna istituzionale scelta dall’azienda per lanciare il nuovo brand Tim, marchio commerciale unico per la telefonia fissa e mobile del gruppo telefonico o di “comunicazioni”, come ormai si preferisce essere chiamati in casa Telecom.

Come abbiamo già avuto modo di osservare e come gli stessi manager di Telecom Italia hanno esplicitato al battesimo ufficiale del marchio, il nuovo brand rappresenta non soltanto una svolta commerciale e di immagine. Esso testimonia anche la volontà di Telecom Italia “di tornare ad essere percepita come la casa della tecnologia e del futuro” per usare le parole di Recchi, per il quale “se si pensa all'innovazione pensiamo alla California. Ebbene, noi vogliamo essere la California dell'immaginario collettivo, una società protagonista del cambiamento”.

La scelta di Berners-Lee quale testimonial ne è una conseguenza ed è dovuta (a parte la battuta scherzosa sull’omonimia: anche lui si chiama Tim) proprio alla volontà di dare un segno tangibile di questo appetito di innovazione. La decisione (obbligata ma non scontata) di non puntare più sui tradizionali servizi di comunicazione, ma sui nuovi servizi web based offerti dalla “piattaforma” unificata Tlc/IT: “L’importante non è fisso o mobile, ma comunicare e comunicare vuole dire libertà”, ha sottolineato Patuano.

La figura di Berners-Lee offre queste due caratteristiche: l’innovazione testimoniata dalla persona riconosciuta universalmente come il padre fondatore del web; la “libertà”, testimoniata dalle battaglie di un uomo che a 25 anni dalla nascita della sua “creatura” continua a spendersi per la libertà della Rete, girando il mondo e le istituzioni a promuovere l’Open Internet anche grazie alle iniziative della da lui fondata World Wide Web Foundation.

Ed è proprio questo ad avere infastidito alcuni dei fans più scatenati del vecchio ricercatore del Cern di Ginevra. Che, di fatto, lo hanno accusato di avere ceduto alle malie finanziarie di Tim per prestare il suo volto al lancio del nuovo brand di un’azienda accusata di essere poco propensa all’Internet “libero”.

A pensare male si fa peccato, ma non sempre ci si azzecca. Accusare il creatore del web di “tradimento” per bassi interessi di bottega sembra quantomeno ingeneroso. Se non altro perché Berners-Lee avrebbe potuto brevettare la sua invenzione già da anni guadagnando soldi a palate. Se oggi possiamo aprire un sito Internet senza pagare royalties lo dobbiamo anche a sir Tim.

Ovviamente, Berners-Lee non lavora gratis per Telecom. Dov’è il male? Si presta a veicolare messaggi contrari ai suoi principi? Non ci sembra. O il male è Telecom? “Ho trovato Patuano aperto sul tema della neutralità della rete”, ha risposto a una domanda di Repubblica. Confondere lotte di mercato fra player economici e industriali con guerre ideologiche può portare a sviste colossali. Berners-Lee dimostra di saperlo benissimo. I suoi fans più scatenati molto meno. Almeno a giudicare dal loro sconcerto manifestato in Rete..

©RIPRODUZIONE RISERVATA 14 Gennaio 2016

TAG: Tim Berners-Lee, Fabio Fazio, Pif, Marco Patuano, Tim, Giuseppe Recchi, Open Internet. World Wide Web Foundation

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