Rete unica ultrabroadband? Per ora è in scena soltanto la guerra

L'editoriale

Torna di attualità l’ipotesi di un’unica rete a banda ultralarga. In realtà, Tim e Open Fiber accelerano nella costruzione di due reti parallele. Sopravvivranno entrambe? Lo dirà il mercato, prima della politica

di Gildo Campesato

L’emendamento della capogruppo PD e vicepresidente della commissione Industria del Parlamento Europeo Patrizia Toia alla riforma del Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche può avere per il mercato delle tlc l’effetto di una bomba atomica.

Prevede, infatti, di dare alle Authority nazionali il potere di obbligare l’incumbent allo scorporo societario della rete ma anche alla cessione proprietaria del network. Oggi le authority possono obbligare al massimo la separazione funzionale.

Se applicato all’Italia, Agcom potrebbe costringere Tim a vendere la propria rete a terzi nel caso il possesso dell’infrastruttura da parte dell’incumbent venisse giudicato di ostacolo al mercato e allo sviluppo tecnologico.

Ma perché la previsione di una misura così drastica e definitiva? “Per garantire la concorrenza, l’innovazione tecnologia e i consumatori”, ha spiegato l’eurodeputata.

La proposta di Toia è destinata a far discutere e non è detto venga approvata dal Parlamento europeo. Tanto da rendere credibile la lettura dell’iniziativa anche come un messaggio trasversale lanciato ai francesi di Vivendi che col 24% controllano Tim.

A testimonianza che i rapporti freddi, se non glaciali, fra Telecom Italia e il governo non si sono molto riscaldati dopo il passaggio del campanello di Palazzo Chigi da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni.

Sia come sia, lo scorporo della rete di Telecom Italia è improvvisamente tornato di attualità mediatica. Ad esempio, il ritorno per la terza volta di Franco Bernabè nel cda di Telecom Italia (è nella lista Vivendi che sarà votata dall’assemblea del 4 maggio) è stato letto come un ramoscello d’ulivo francese porto al governo. Ed è tornato di attualità il ricordo della passata disponibilità dell’ex amministratore delegato a discutere l’ipotesi di separazione della rete, in contrasto con l’allora azionista Telefonica.

Per ora siamo al livello dei retroscena che si leggono nei giornali e persino in qualche report delle società di analisi. Nei fatti, stiamo assistendo ad una guerra di mercato impensabil sino a pochi anni fa: lo scontro tra due aziende, Tim da una parte e Open Fiber dall’altra, per cablare in ultrabroadband una larga parte del territorio nazionale. Senza esclusione di colpi.

Non vi è dubbio che la discesa in campo di Open Fiber sia frutto anche dello scontento del governo Renzi per come procedessero gli investimenti di Telecom Italia nella fibra ottica, la cui diffusione anche nelle aree meno densamente popolate era (e continua ad essere con Gentiloni) considerata essenziale per lo sviluppo del Paese e la competitività delle imprese.

Di qui i finanziamenti pubblici per le aree C e D, quelle meno interessanti per l’investitore privato, la determinazione meticolosa dei cluster ignorati dai privati, la scelta di fare entrare in campo direttamente Infratel, le gare per l’aggiudicazione della costruzione e della gestione di una rete che puntasse a portare la fibra direttamente alle case degli italiani.

L’aggiudicazione ad Open Fiber dell’intero lotto di territori in ballo nella prima gara Infratel ha però scatenato una dura reazione da parte di Tim che ha annunciato per protesta di rinunciare alle altre gare in calendario. Aggiungendovi ricorsi al Tar (poi persi), esposti a Bruxelles (ancora in corso di accertamento), manifestazioni di interesse ad investire in aree prima svantaggiate e poi ritenute appetibili da Tim. Con la conseguente richiesta ad Infratel (sempre con segnalazione a Bruxelles) di ridimensionare le aree suscettibili di sostegno pubblico e pertanto di rinviare i bandi in corso di pubblicazione. Col chiaro intento di ritardare i bandi e rimpicciolire le aree in cui Open Fiber può intervenire col supporto di risorse pubbliche.

Da parte sua, Open Fiber ha allargato alle arre ricche del Paese l’iniziale piano di intervento nelle sole zone a fallimento di mercato, ovviamente in questo caso senza il supporto pubblico. E portando non solo fibra spenta ma anche servizi di rete attivi.

A sua volta Telecom ha deciso di intervenire anche nelle aree grigie accelerando con gli investimenti con la tecnologia Fiber-to-the cabinet, meno potente del Fiber-to-the-building (e se del caso Ftth) cui sta lavorando Open Fiber, ma con la convenienza di poter lavorare sulla sostituzione del rame già posato con la fibra ottica sino agli armadi di strada senza dover costruire un’infrastruttura ex novo. Tempi di costruzione tagliati, dunque

E con l’altro vantaggio, non indifferente, di poter raggiungere i propri clienti oggi non serviti da connessioni decenti senza doversene conquistare di nuovi come dovranno fare gli operatori che usufruiranno dei servizi wholesale di Open Fiber.

È una guerra su molti fronti, dunque: politica, regolatoria, tecnologica, commerciale. Ed è anche una corsa contro il tempo, su chi per primo poserà la nuova rete e raggiungerà il cliente finale. Anche in vista delle nuove reti 5G che della fibra avranno bisogno come il pane.

Per ora, i veri vincitori sono le varie società di installazione, anche a livello locale, che dopo anni di vacche magre si vedono improvvisamente subissate da commesse cui a volte persino faticano a fare fronte. Vien da pensare alla corsa all’oro quando i veri affari li fecero i venditori di picconi.

È infatti tutto da vedere se i business model di Tim e Open Fiber reggeranno lo sforzo della realizzazione di due infrastrutture ultrabroadband in competizione. Se sarà così, il mercato ed i consumatori ne trarranno giovamento.

Ma non è escluso che si arrivi ad una situazione in cui invece che vincitori non ci siamo che perdenti. Se così fosse, più che i dictat dell’Agcom potrebbero essere gli stessi protagonisti dello scontro a decidere di sedersi ad un tavolo e ad optare per un “modello Terna” anche per le tlc. Magari prima che si siano vicendevolmente fatti troppi danni.

In tal caso, nascerebbe veramente un’unica società della rete in banda ultralarga a controllo pubblico. A sua volta, Tim diventerebbe un mero gestore di servizi. Rendendo così più facile andare ad un’integrazione con Orange, se questo fosse veramente il disegno nascosto di Vivendi.

Per ora possono parlare soltanto i fatti. E cioè la guerra senza esclusione di colpi fra Tim e Open Fiber. La banda ultralarga è anche ultracalda.

©RIPRODUZIONE RISERVATA 11 Aprile 2017

TAG: Tim, Open Fiber, banda ultralarga, Patrizia Toia

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