Sull'asta "alla tedesca" l'ok è bipartisan (o quasi)

I POLITICI

Maggioranza e opposizione d'accordo sull'opportunità di indire una gara competitiva per lo spettro. Ma resta l'incognita emittenti locali

di Enzo Lima
La tv italiana passa al digitale, si libera spazio (frequenze) per nuovi operatori tv e per quelli delle Tlc. Sembra facile, ma non lo è: il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito ha spiegato di recente che il Governo è attento al problema, ma che per una “equilibrata transizione alla nuova tecnologia televisiva” serve “cautela”, in particolare nella “tempistica”, anche perché nel nostro Paese ci sono “quasi 600 emittenti locali e 21 reti nazionali”. La preoccupazione delle tv locali si riflette in una interrogazione firmata da duecento parlamentari di maggioranza e opposizione, sul piano frequenze varato dall’Agcom. Ma è un tema “pretestuoso e strumentale”, avverte Paolo Gentiloni, responsabile del Forum Ict del Pd, secondo il quale “la gara sulle frequenze, nonostante il piano Agcom, è ferma perché l’Europa sa che Rai e Mediaset vogliono andare oltre i limiti accettabili per gli incumbent”.

Via libera alla gara dalla Lega: “Siamo assolutamente favorevoli - dice Davide Caparini, componente della Vigilanza Rai - a un’asta alla tedesca, che consenta allo Stato di monetizzare. Ma c’è anche l’esigenza di dare un dividendo digitale alle tv locali”. Caparini rifiuta di gettare la croce addosso agli incumbent, Mediaset e Rai: “È normale - osserva - che ogni azienda chiede quanto più è possibile. Non si può pretendere che non facciano i loro interessi”.

Luca Barbareschi è attore e produttore prima che deputato Pdl, e forse per questo la sua visione appare eccentrica rispetto ai fedelissimi di Silvio Berlusconi: “Il problema è l’anomalia italiana rispetto a Mediaset: è talmente dominante su tutto, anche sulla Rai - accusa - che qualsiasi progetto innovativo per il Paese deve passare attraverso la visione di Mediaset”. Insomma Barbareschi è scettico sull’asta, ma, avverte, “quella è l’unica maniera sana di affrontare il problema. Certo, bisogna trovare gente che abbia investimenti da fare, altrimenti va a finire come la banda larga. Adesso si sono svegliati tutti, ma all’inizio c’è sempre l’idea che le infrastrutture le fa lo Stato e gli altri guadagnano, come i costruttori edili”. Il problema dei soggetti che dovrebbero investire sul cosiddetto dividendo è primario anche per Caparini: “A me sembra - avverte - che in questo momento il mercato non sia così florido come fanno intendere alcuni colleghi dell’opposizione”.

Ma Gentiloni teme “il festival del conflitto di interessi” nel beauty contest per l’assegnazione dei multiplex: “Il Governo Berlusconi - ironizza - ha qualche interesse nel ramo…”. Oltre ai dubbi sulla “cautela” del Governo nella redistribuzione della banda 800 agli operatori Tlc, c’è anche un altro tema, quello dei contenuti televisivi: sul digitale si moltiplicano i canali fotocopia, sia a livello nazionale che locale, e lo spettro è inondato dalle televendite. “Chi paga per ultimo - sottolinea Caparini - è l’utente: a noi viene chiesto di fare il cambio di tecnologia e poi mi dai la stessa cosa che avevo prima con un ‘più uno’ o ‘più 24’ sul logo: allora mi compro un videoregistratore e risolvo il problema”. La critica di Barbareschi investe la struttura del sistema televisivo: “Altri Paesi, come Francia o Spagna sono pieni di produttori indipendenti e il pluralismo del digitale farà da volano a questa evoluzione. Da noi invece c’è la strozzatura dei broadcaster che uccide la crescita dei produttori, da noi si vuole spendere meno, si passa il calcio, il porno e di identità culturale italiana siamo a zero. Ma negli ultimi trecento anni i paesi che non hanno puntato sulla cultura sono rimasti sottosviluppati. E noi vogliamo essere la nazione dei grandi fratelli?”.

21 Giugno 2010