Slc-Cgil: "Allarme call center". Ecco la mappa della guerra dei "poveri"

SLC-CGIL

Il sindacato chiede un patto tra produttori e governo per il rilancio del settore. Rimodulazione della tasse per le imprese e rispetto del contratto collettivo nazionale gli strumenti per uscire dalla crisi

di Federica Meta
Nel 2010 il settore dei call center outsourcer rischia di perdere circa 15-16mila posti di lavoro su circa 80mila addetti a tempo indeterminato. A lanciare l’allarme la Slc-Cgil secondo cui la crisi potrebbe essere addirittura maggiore dato che non ci sono, ad esempio, stime attendibili sulle cessazioni di contratti di apprendistato, inserimento, a termine, in collaborazione a progetto.
In questo contesto la Slc-Cgil propone alla Fistel-Cisl. Alla Uilcom-Uil nonché a governo e Confindustria un “Patto tra i produttori per il rilancio dei call center”. Un patto che riparta dalla qualità e dalla valorizzazione delle professionalità e dei diritti dei lavoratori.
“Non può esserci sviluppo dove prevalgono i ricatti occupazionali, il ritorno al precariato, la guerra tra poveri, la guerra tra Nord e Sud, l’imprenditoria pirata (si vedano per tutti i casi di Omnia e Phonemedia), il non rispetto delle leggi e del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro – spiega il sindacato -. L’esperienza finora fatta, dalle stabilizzazioni ai tanti accordi di secondo livello, dalla sottoscrizione del recente Ccnl fino alla possibilità (persino) di ricorrere ad ammortizzatori sociali (proprio perché in presenza di lavoratori con contratto a tempo indeterminato), ci indica che la strada intrapresa è l’unica strada giusta in grado di chiamare tutti a farsi classe dirigente e responsabile. Siamo convinti che non servano scorciatoie, che il dumping salariale o sui diritti è solo un gioco a “somma negativa”, e che – invece – quello che occorre è un vero e proprio patto di sistema.

In particolare, anche prendendo spunto da alcune proposte già presentate da Assocontact-Confindustria Servizi innovativi, la Slc chiede al governo nazionale di ricostituire (presso la Presidenza del Consiglio) l’Osservatorio Nazionale sui call center, nonché di riconoscere a quelle aziende del settore che, con accordi specifici con il sindacato, garantiscano la tenuta occupazionale e lo sviluppo, una proroga della l.407, sugli sgravi contributivi che permettano alle realtà più sane di mantenere l’occupazione, rallentando il fenomeno della delocalizzazione.

A sostegno di questa strategie, l’esecutivo dovrebbe impegnarsi a modificare le attuali normative per Pon e Por, riconoscendo il sostegno al settore come strumento di tutela occupazionale non assimilabile agli aiuti di Stato, modificando) le norme introdotte per la Governance dei Fondi strutturali e del Fas; mettere a detrazione dalla base imponibile dell’Irap (con trasferimenti sostitutivi alle Regioni) i costi di formazione realizzati mediante risorse interne aziendali, nonché forfettizzare solo per i contratti a tempo indeterminato un maggior abbattimento; riconoscere ai fini Ires un aumento della detraibilità dell’Irap versata superiore al 10/12% (tipica solo dei settori più labour intensive), una maggiore detraibilità degli interessi passivi, la piena detraibilità delle spese telefoniche. Infine riconoscere aliquote di ammortamento per gli investimenti superiori a quelle attuali, con un vincolo di destinazione sulle attrezzature informatiche o, in alternativa, individuare una finestra per il riconoscimento delle agevolazioni della c.d. Tremonti Ter per gli investimenti realizzati dalle imprese di call center, nel 2010, in software, hardware.

Altro punto saliente riguarda le norme per gli appalti pubblici. Qui si dovrebbe applicare immediatamente alle imprese partecipate e/o controllate dal ministero dell’Economia le norme previste per gli appalti pubblici, responsabilità in solido, capitolati di appalto e avviare un Piano straordinario di lotta all’evasione contributiva e assicurativa e di lotta all’elusione delle norme di legge e di Ccnl nel settore dei call center, emanando specifica disposizione alla Direzione Generale dei Servizi Ispettivi, Inps, Inail, Comando dei Carabinieri e della Guardia di Finanza presso gli ispettorati del lavoro;
“Nello specifico evidenziamo che le misure sopra indicate – fanno sapere dalla Slc - avrebbero un costo complessivo nel biennio di circa 40/45 milioni di euro, (mettendo in sicurezza circa 80 mila addetti diretti, più l’indotto, con un ritorno prevedibile dalla sola lotta all’evasione contributiva e fiscale per oltre il 60% dell’intero pachetto”.
Oltre al governo centrale si delinea un ruolo importante anche per Regioni ed enti locali che dovrebbero riconoscere le agevolazioni per la nascita di nuove imprese anche alle aziende che, in presenza di accordi sindacali e con la destinazione di almeno il 60% delle agevolazioni in nuovi investimenti, si impegnino a mantenere inalterati i livelli occupazionali (contratti a tempo indeterminato, determinato, apprendisti, inserimento), con l’accredito delle agevolazioni in 3-4 sessioni semestrali previa verifica del rispetto degli impegni di investimento e del rispetto degli accordi sindacali (anche in questo caso con interventi agevolativi, in alternativa, su spese telefoniche, acquisto software, ecc. vedi proposte sopra indicate); di applicare immediatamente alle imprese partecipate e/o controllate dalla Regione e dalle istituzioni locali (municipalizzate, enti strumentali, ecc.) le norme previste per gli appalti pubblici, responsabilità in solido, capitolati di appalto.
Alle imprese committenti e alle loro associazioni datoriali,a partire da Asstel, la Slc chiede di definire un Avviso Comune, contenente soglie minime di aggiudicazione di appalto, capitolati tipo di appalto, clausole sociali di salvaguardia occupazionale (con interventi di tipo ex-post e preferenziali ex ante).

“Come Slc-Cgil siamo pronti a definire casistiche tipo per commesse che – a fronte di clausole sociali vincolanti sia il committente che l’outsourcer – non possono scendere sotto un determinato e specifico costo complessivo (costi contrattuali e costi per la salute e sicurezza). I committenti non dovranno assegnare commesse (o cambiare appaltatore) a imprese con lavoratori cui costi complessivi siano inferiori a quelli dei concorrenti con cui hanno avuto finora rapporti commerciali – puntualizza il sindacato -. I committenti possono cioè assegnare commesse (o cambiare appaltatore) esclusivamente su indicatori di qualità e non di costo del lavoro. Per esempio: Telecom o Wind possono anche togliere una commessa all’impresa X ma solo per assegnarla ad altra impresa che inquadri i lavoratori al 3° livello del Ccnl. Oppure possono assegnare nuove commesse, ma solo ad operatori con un costo del lavoro pari o superiore a quello degli outsourcer con cui già hanno rapporti commerciali. La qualità deve divenire cioè la “bussola” dei rapporti commerciali tra committente ed outsourcer, a tutela anche dei consumatori e degli stessi impegni che le aziende di Tlc prendono con Agcom”.

Le imprese in out sourcer dovrebbero impegnarsi ad assumere il principio – coerente con le clausole sociali di cui sopra - che in caso di difficoltà occupazionali le attività non vadano collocate dove il costo è minore, ma dove è maggiore il rischio di riduzione dei livelli di impiego, garantendo a tutti i siti produttivi un equilibrio di attività, e destinare per i prossimi 3 anni almeno il 75% degli utili post imposte ad investimenti sul personale (occupazione, formazione) e su innovazioni di processo e prodotto. Contestualmente a queste azioni l’impegno sarà quello di sottoscrivere, per avere accesso ai diversi benefici, specifici accordi sindacali per il mantenimento degli attuali livelli occupazionali. Accordi da sottoscrivere con i sindacati maggiormente rappresentativi a livello nazionale. Infine di non partecipare a tutte le gare in violazione o in assenza delle clausole sociali o in presenza di modalità di appalto al massimo ribasso, utilizzando i diversi incentivi pubblici al fine di consolidare l’azienda e non di abbassare l’offerta commerciale.


Le proposte del sindacato riguardano un comparto in sofferenza in ogni regione italiana, come dimostra la mappa seguente.

Piemonte
: 1200 persone in cassa integrazione in deroga a 0 ore (600 nella sola Novara, 200 a Torino, 150 a Trino Vercellese, 100 a Biella). Altri 800 posti di lavoro sono a rischio nell’area di Torino e Ivrea.

Lombardia
: 1150 Cig in deroga a zero ora fra Milano e Monza. Circa 350 contratti a tempo determinato non sono stati rinnovati a causa della crisi di Voicity Holding e del calo di volumi registrato da Almaviva. Ulteriori 1950 posti sono a forte rischio in provincia di Milano (Telecontacto, Media Call, ecc.), nel bresciano e nel bergamasco.

Liguria: ci sono circa 1000 posti di lavoro a rischio (Call&Call, Argos, ecc.) fra Genova e La Spezia dovuti a rinnovi di commessa a rischio, a cui occorre aggiungere la contrazione già registrata a La Spezia in Comdata (circa 200 unità), azienda che permane in forti difficoltà finanziarie.

Toscana: la crisi della Answers di Pistoia è stata solo in parte risolta. Allo stato attuale ci sono ancora 360 persone in cassa integrazione per le quali non è certo il reintegro totale in tempi brevi. Lavoratori in Cigs sono presenti a Pisa, Arezzo e nella provincia fiorentina (per un totale di posti a rischio di circa 450 unità).

Lazio: 265 procedure di licenziamento in corso (65 a Kronos a Pomezia, il resto dichiarate da Teleperformance a Roma, oggi in contratto di solidarietà). Altri 250 posti di lavoro di Omnia Network sono a forte rischio se non si chiarisce la vicenda della commessa InpsInail, ad oggi di fatto ancora non assegnata. A rischio anche i volumi di E-Care a Roma (per circa 300 adetti).

Abruzzo: procedura di licenziamento per circa 300 lavoratori da parte della Transcom Spa. Crisi in parte superata grazie ad accordo con la E-Care SpA, ad oggi vi sono ancora 75 lavoratori della Transcom in cassa integrazione che rischiano di non rientrare nel circuito produttivo se non si sblocca l’assegnazione della commessa InpsInail. In crisi occupazionale l’’azienda 3G di Sulmona (400 operatori) e altre aziende minori in provincia di Pescara (180 addetti).

Campania: 300 posti persi per la crisi della Voicity ex Omnia Network. Difficoltà si registrano anche nei call center del casertano (680 posti a rischio) e nella provincia di Salerno (285 unità).

Calabria: 2500 posti persi a seguito della crisi Phonemedia fra Catanzaro e Vibo Valentia. Altri 700 posti sono a forte rischio a seguito di crisi di aziende “minori” (Jonitel di Cosenza, Giary Group di Siderno, Blu Call a Rende e Catanzaro). Possibili difficoltà (commessa H3G) si annunciano anche per Datel Telic (gruppo Abramo) per circa un centinaio di lavoratori a rischio Cigs.

Puglia: 500 lavoratori in Cig in deroga a zero ore a causa delle crisi Phonemedia e Voicity. 650 licenziamenti dichiarati a Taranto da Teleperformance (ora in Contratto di Solidarietà). Difficoltà si registrano anche in provincia di Lecce (Casarano) e in provincia di Foggia, per una stima di circa 550 addetti.

Sardegna: 450 lavoratori di Video On Line2 a Cagliari (Gruppo Omega) sono senza stipendio da diversi mesi. Sempre a Cagliari ulteriori due aziende hanno dichiarato uno stato di crisi che coinvolge ulteriori 190 lavoratori.

Sicilia: a questi numeri dobbiamo aggiungere le 650 unità di Trapani coinvolte dal tracollo di Phonemedia, i 100 lavoratori di Omnia Network licenziati a Palermo, 130 lavoratori in mobilità fra Catania e Agrigento. Sempre su Palermo, nel secondo semestre del 2010, bisognerà verificare la situazione della Alicos (gruppo Almaviva) e di 4you. Qui il calo dei volumi delle commesse Alitalia, Wind e Enel dovuto anche ad una politica di delocalizzazione delle attività all’estero, mette a rischio circa 5500 posti di lavoro. A Catania oltre alla già nota crisi di Ratio Consulta (150 lavoratori in Cigs) si registrano possibili difficoltà per i call center operanti presso Mister Bianco (circa 900 addetti).

30 Giugno 2010