TRIPWIRE. Intercettazioni, quel ddl non funzionerà

TRIPWIRE

di Piero Laporta
La legge sulle intercettazioni radicalizza favorevoli (siamo a sputtanopoli, lamentano) e contrari (è una legge bavaglio, controbattono) e ci fa scoprire perché dopo tutto siamo indotti a essere onesti, persino nostro malgrado. Forma e merito suggeriscono di star fuori dagli schieramenti. La prudenza è suggerita dal rischio di irreggimentarsi coi firmaioli abituali, noti dagli anni ’70 ai giorni nostri, per le campagne a favore di terroristi.

Altrettanta cautela occorre verso i cavalieri del santo sepolcro imbiancato della privacy, perché con le cronache da boudoir affiorarono stili amministrativi discutibili quando non gangsteristici. Prese le opportune distanze, va detto che quella legge sarà inefficace proprio allo scopo di tutelare la privacy, prima ancora d’esagerare nella furia contro giornalisti ed editori, tutt’al più vettori della notizia, non certo origine. D’altro canto il problema non è l’intercettazione in sé, quanto piuttosto la sua tracciabilità lungo tutto il percorso: decisione, realizzazione, custodia dei reperti.

Suggerimmo che un’autorità garante vegliasse sugli spioni come sugli intercettati. Si è preferita la via della repressione, dimenticando che il problema più serio sono le intercettazioni illegali. Questa legge impedirà che si possano accreditare intercettazioni carpite da soggetti non istituzionali, ma nulla potrà scongiurare di sciorinare i panni sporchi sulla piazza del web, appoggiandosi a un server fuori controllo. Riaffiorerà in questo modo una scoperta rivoluzionaria: la maniera più semplice per vivere bene è una condotta integerrima, persino in caso di intercettazioni e soprattutto quando si esige di fare politica.

02 Luglio 2010