Romani: Ngn, voglio una soluzione condivisa da tutti

IL NUOVO PIANO ROMANI

Intervista con il viceministro alle Comunicazioni: dal tavolo con gli operatori atteso l'impulso al decollo delle nuove reti. Il progetto deve essere unitario: collaborazione anche con le realtà regionali. Mobiliteremo la Cdp. Alle telco lo spettro da 800 Mhz: troppe frequenze sprecate dalle tv

di Gildo Campesato
«In effetti, quando abbiamo iniziato l’incontro la tensione si sentiva eccome. Anche perché in mattinata c’era stato l’annuncio dell’iniziativa dell’Antitrust verso Telecom Italia e questo non ha certo facilitato il clima. Però, dopo un’ora e mezza di incontro, siamo usciti con la comune volontà di proseguire subito con un tavolo tecnico: ci servirà a entrare nel merito dei problemi e, spero, a trovare una soluzione condivisa da tutti». Paolo Romani, viceministro per le Comunicazioni, si dice “soddisfatto” della sua iniziativa: quella di riunire insieme i big delle tlc italiane: Franco Bernabè di Telecom Italia, Stefano Parisi di Fastweb, Paolo Bertoluzzo di Vodafone, Corrado Sciolla di BT, Renato Soru di Tiscali, Vincenzo Novari di 3 Italia. Non c’erano i rappresentati delle telco “medie” e se ne sono lamentati, ma Romani si mostra disponibile: “I prossimi incontri saranno aperti anche a loro, non c’è nessuna preclusione nei confronti di nessuno”.
C’è solo forma o anche sostanza?
La sostanza la diranno i risultati del confronto. Ma già avere messo tutti insieme a discutere mi pare un buon risultato. Mi sono ben chiare le difficoltà, ma resto ottimista. Le prime due settimane di luglio saranno decisive. Sarò molto determinato perché si lavori sollecitamente e i primi esiti siano visibili già nel nuovo incontro con i responsabili delle aziende che terremo entro metà mese. Per quella data vorrei avere alcune risposte e capire se c’è la buona volontà di andare avanti. Mi ha fatto piacere che dopo l’incontro tutti mi abbiano dato atto che si è trovato un adeguato punto di equilibrio.
Non mi dica che li ha messi tutti d’accordo.
Nell’idea di cominciare a ragionare insieme sì. Si è trattato di un esordio positivo in cui tutti hanno riconosciuto che si è trattato di un significativo passo avanti: era la prima volta che accadeva qualcosa di simile. Ovviamente, vi sono ancora molte distanze da appianare sulle strategie, sulle localizzazioni degli interventi, su quali tecnologie applicare, su che tipo di società attivare, una o più di una.
Lei cosa preferisce?
Non sta a me decidere. Ma nell’incontro ho sottolineato che se abbiamo Regioni, come ad esempio la Lombardia, intenzionate a impegnarsi direttamente non possiamo non tenerne conto. Ho trovato tutti d’accordo sull’idea che il progetto deve essere unitario. Ma va anche tenuto conto che molte cose si stanno già facendo, il mercato si sta già muovendo.
Non teme l’accusa di dirigismo?
Resto un liberale. Ma quando sono in gioco grandi infrastrutture-Paese come lo sono le reti di nuova generazione, il governo deve fare fino in fondo la sua parte, anche senza aspettare l’evoluzione naturale del mercato ma anzi incalzandola. È un concetto che anche l’Europa ha ribadito più volte e su cui ci siamo tutti ritrovati durante l’incontro. Del resto, è già avvenuto in passato, ad esempio con le autostrade. Si tratta di trovare un giusto equilibrio fra quello che fa il mercato e quello che può fare il governo, sempre rimanendo nell’ambito di un’economia liberale. Se c’erano preclusioni sul ruolo pubblico prima dell’incontro, esse sono state superate.
Sì, ma che carte avete da giocare? Solo la moral suasion?
Al tavolo non ci siamo presentati a mani vuote. Abbiamo un nostro progetto e abbiamo presentato varie ipotesi, alcune delle quali coinvolgono Cassa Depositi e Prestiti con cui abbiamo lavorato. Cdp potrebbe entrare nell’equity oltre a fornire supporto finanziario agli investimenti nelle nuove reti.
Lei ha parlato di un modello pubblico-privato.
La partnership pubblico-privato è naturale proprio perché da solo il mercato non ce la fa. Ci vuole dunque anche l’intervento del pubblico nelle forme che andremo a valutare. Ho usato l’espressione “condivisione di organismi societari per la realizzazione dell’infrastruttura di rete”. Su di essa c’è stato il consenso di tutti. Su come debba poi essere questa “condivisione di organismi societari”, una sola o più, si vedrà, senza ovviamente ignorare le realtà territoriali esistenti.
C’è anche un tema di “offerta pubblica” per stimolare l’uso delle reti digitali.
Non vi è dubbio. Tant’è vero che abbiamo lanciato il piano Italia Digitale in collaborazione con altri ministeri, in primis Funzione Pubblica, Scuola, Sanità, Giustizia. SI tratta di portare su Internet i servizi della pubblica amministrazione centrale e locale. Per i cittadini ma anche per le imprese: siamo il paese delle Pmi e delle partite iva: per loro la Rete è uno strumento essenziale per lavorare.
Riproponendo il modello digitale terrestre?
Non so se è un modello riproponibile meccanicamente. Ma la territorialità è un elemento importante per lo sviluppo delle nuove reti. Ad esempio, lo switch off digitale dei servizi della PA può essere soltanto su base regionale o di aree specifiche. È ovvio, pertanto, per riandare alla domanda precedente, che non ci possa essere soltanto una entità nazionale ma che essa vada declinata sul livello regionale. Le ipotesi di lavoro, insisto, sono ancora tante e saranno valutate all’interno dei tavoli tecnici.
Parliamo di Ngn, ma c’è ancora il digital divide “classico”. Dov’è finito il piano Romani?
Il nostro compito resta quello di garantire accesso a banda larga al 100% dei cittadini. Altrimenti, è difficile immaginare lo switch off digitale della PA nazionale o locale. Il “piano Romani” è stato riformulato con un investimento minore dei 1.471milioni previsti, è vero. Ma puntiamo a trovare, anche all’interno delle risorse per le Ngn, un meccanismo che ci consenta la chiusura anche del digital divide. Una parte dei fondi potrebbe venire dalla gara sul dividendo digitale esterno del Dtt. In Germania hanno ottenuto più di 4 miliardi dalla gara sulle frequenze. Ho già detto ai gestori che questa possibilità potrebbe esserci prima della prevista scadenza del 2015.
Cosa sarà messo a gara?
La banda fra 790 e 862 MHz, corrispondente ai canali fra 61 e 69.
Ma le Tv accetteranno?
Le ho già avvertite: non è possibile un uso inefficiente dello spettro, che è un patrimonio del Paese, come quello attuale. I monoscopi o i programmi ripetitivi non sono accettabili. Anche l’Europa ci pressa per un uso più proficuo delle frequenze. Chiede a tutti gli Stati di utilizzare un dividendo per la telefonia mobile. Credo sia possibile trovare la via per un maggior efficientamento della banda senza penalizzare nessuno e con l’accordo di tutti.
Tra l’altro, la moltiplicazione dei canali rende più complicata per i cittadini la visione del digitale terrestre.
È vero. Credo sia anche importante definire finalmente l’ordine in cui i canali arrivano nelle case. Nel decreto numero 44 ho indicato tutti i criteri dell’Lcn. Spero che Agcom ne definisca in maniera sollecita le regole attuative.

05 Luglio 2010