Missione "rivalsa" per Italtel: il piano di Stefano Pileri

L'INTERVISTA

"Il 2011 sarà l'anno dei video e vogliamo essere in pole position nell'Hd su protocollo Ip", annuncia l'Ad nella sua prima intervista in qualità di numero uno dell'azienda. "L'obiettivo è ripetere il record che nel 2000 ha portato l'azienda alla ribalta mondiale per la migrazione del traffico voce su Ip"

di Mila Fiordalisi
Riportare Italtel ai vecchi fasti. Anzi a nuovi fasti. È questo l’ambizioso obiettivo che Stefano Pileri intende perseguire in qualità di nuovo timoniere dell’azienda. “Ho fermamente e fortemente voluto questa avventura”, racconta al Corriere delle Comunicazioni. “Italtel è un’azienda nella quale credo. E credo nell’Italia. Per questo, nonostante allettanti proposte dall’estero ho deciso di accettare questa sfida”.

Si riparte dunque.
Ci sono tutte le condizioni per guardare avanti con ottimismo: l’equity è stato ristrutturato grazie ai 70 milioni di nuovo capitale da parte dei soci industriali, Telecom Italia e Cisco, e riguardo al ripianamento del debito le banche finanziatrici hanno concesso linee di credito per 341 milioni con un piano di rimborso dilazionato. Le risorse finanziarie sono dunque sufficienti per riprendere con determinazione il percorso. Un grande ruolo in questa fase complessa lo ha avuto il nostro Presidente Umberto de Julio e ora saremo assieme, ancora una volta, per il rilancio di Italtel.

Quali sono le tappe del nuovo percorso?
Sono molte. E riguardano in particolare il rafforzamento dell’offerta, l’ampliamento del business nei segmenti Enterprise e PA e la crescita dei ricavi esteri.

Partiamo dall’offerta.
La strategia fa leva su quattro perni: reti intelligenti Ip, sistemi per il controllo e l’interoperabilità delle reti in un’ottica di qualità, soluzioni Ict, servizi di ingegneria e gestione. Gli operatori di Tlc stanno portando avanti progetti di migrazione per portare i servizi voce e dati su infrastrutture Ip unificate. Nella partita entra ora il video. Il 2011 sarà l’anno del video e Italtel, insieme con Cisco, intende giocare in prima fila. L’obiettivo è ripetere il record, quello che nei primi anni 2000, ha portato Italtel alla ribalta in qualità di prima azienda al mondo ad aver consentito ad un operatore di Tlc (Telecom Italia, ndr.) di trasferire una parte consistente del proprio traffico voce su rete Ip. Come allora, vogliamo essere in pole position nel portare il video su protocollo Ip basandoci sulle tecnologie di videocomunicazione Hd e sulle nostre competenze ingegneristiche.

Sul fronte qualità delle reti quali sono le novità?
Oggi è necessario assicurare la qualità del servizio nel transito delle informazioni fra le diverse reti, si tratti di informazioni voce, dati o video. Stiamo lavorando allo sviluppo di una linea di prodotti per rendere possibile l’interconnessione di qualità fra le reti ottenuta riservando una parte della banda o innalzando la priorità di instradamento a determinati servizi, ad esempio quelli video.

È la fine della net neutrality.
No e questo punto è bene che sia chiarito. Garantire la qualità non significa penalizzare questo o quel servizio, questo o quell’utente. Servono soluzioni di interconnessione “intelligenti” che consentano di sostenere sia i servizi ad alta priorità e valore aggiunto sia quelli in logica best effort. Bisogna ottimizzare la gestione delle reti: le telco vedono ridurre i propri margini sui servizi voce che poi sono quelli a più alta redditività. E ciò riguarda le reti fisse ma sempre più anche quelle mobili. Al contempo però le telco sono costrette a investire sui network, in quanto la capacità richiesta cresce costantemente, e a ottimizzarne la gestione.

E qui entrate in ballo voi.
Esattamente.

La realizzazione delle reti Ngn dunque vi favorirà.
Non subito, ma certamente. Nel momento in cui la rete è realizzata e si passa alla fase di migrazione e interconnessione allora il nostro ruolo diventa determinante. Diciamo che se si rispetteranno i tempi di roll out delle nuove reti, quelli annunciati dagli operatori, sia riguardo alle reti in fibra sia a quelle Lte, per Italtel i benefici comincerebbero nel 2012.

Poi c’è il rafforzamento dell’IT.
Sì, il mio progetto è ampliare la quota dei profitti: oggi le Tlc pesano per l’85% sul fatturato (a quota 420 milioni di euro, ndr), e la restante parte fa capo a Enterprise e Public Sector. Al pari delle telco anche le grandi aziende stanno trasformando le loro reti private. Sono partite le grandi banche e Poste Italiane e l’effetto domino è già in atto. Si può dire che il Voip sta “accadendo”. Su questo siamo tra i più competitivi e vogliamo sfruttare il vantaggio. E poi c’è la partita della comunicazione unificata che integra voce, video e messagging e oggi si apre agli strumenti di social networking. E c’è un’altra rivoluzione in corso: il cloud.

Punterete dunque anche sul cloud?
Certamente. Soprattutto considerando che le aziende potranno usufruire di servizi in modalità pay per use. È questa la vera svolta. Vogliamo cogliere l’opportunità facendo leva sui nostri partner industriali, Cisco in prima fila.

E riguardo all’internazionalizzazione?
È un’altra mia grande sfida: oggi il 32% dei ricavi proviene dall’estero, ma è una quota che bisogna incrementare. Puntiamo su America Latina, Mediterraneo e Medio Oriente oltre che sull’Europa dove siamo nei principali Paesi.

Passiamo al tema Italia: qual è il suo parere sulle iniziative in campo in tema di innovazione?
Siamo sorpresi dal fatto che il Governo nonostante le numerose dichiarazioni di intenti riguardo agli investimenti in infrastrutture broadband, all’abilitazione di servizi innovativi attraverso il Piano e-gov e alla spinta su ricerca e innovazione in realtà concretamente ha fatto ben poco. È vero c’è stata la crisi. E la priorità dell’intervento non poteva che essere a favore della stabilità e degli ammortizzatori sociali. Ma a questa “strategia” è mancato fino a oggi un terzo perno fondamentale: quello dello sviluppo. L’applicazione dell’Icmt - ossia dell’Ict e dei media digitali - non solo serve ad abbattere i costi, ma soprattutto rende competitivo il sistema Paese. L’adozione a medio termine dell’Icmt nella sanità, scuola, energia, processi della PA ha un peso positivo per diversi punti di Pil. E ammonta a circa 30 miliardi l’anno il risparmio garantito nel medio termine. Il tutto a beneficio di un aumento della competitività. E competitività vuol dire anche capacità di attrarre investimenti esteri.

Il governo ha fatto poco, e le aziende?
In qualità di presidente di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici posso dirle che c’è fermento nel comparto. Ci si interroga sulle cose fatte e quelle da fare. Il dibattito è in corso e riguarda in particolare la strategia da seguire affinché le esigenze del comparto Icmt siano tenute in debito conto da chi governa. Una cosa è certa: se l’azione del governo non è sufficiente, se non ci sono a disposizione fondi cui accedere né vengono messe in atto misure incentivanti, allora pur continuando a suggerire all’esecutivo di intraprendere il cammino dell’innovazione, è necessario che le aziende si rimbocchino le maniche e che si coinvolga il sistema bancario per reperire le risorse necessarie a sostenere gli investimenti e ancora una volta le istituzioni per ottenere regole che ne rendano più certi i ritorni.

Ma le aziende sono in grado realmente di investire?
Il settore dell’Icmt, come tanti altri settori sta soffrendo. I margini di redditività si riducono, gli investimenti seppur in calo sono necessari e restano elevati. Il comparto è in grado di generare qualcosa come 70 miliardi di euro, di cui 45 dal solo indotto delle Tlc e 20 dall’informatica. Le difficoltà sono innegabili ma bisogna andare avanti.

29 Novembre 2010