Nexus S, Gingerbread e acquisizioni: Google all'attacco del mercato

STRATEGIE

Cambio di rotta per Big G che dopo l'avventura dello store online porta il nuovo telefonino nei punti vendita sul territorio. L'azienda spinge su video streaming e riconoscimento vocale e compra Widevine e Phonetics. E per frenare la perdita di marketshare in Cina scatta un maxi-piano adv su siti terzi

di Patrizia Licata
Il matrimonio ufficiale tra Google Nexus S e la nuova versione di Android (la 2.3, detta anche Gingerbread) è solo parte della notizia che gira intorno al lancio (ieri a San Francisco in occasione dell'evento "D: Dive Into Mobile") del nuovo smartphone di Big G: la vera novità è il cambio nella strategia di vendita di Google, che si affida oggi ai punti vendita "fisici".

Nexus S, fabbricato da Samsung, sarà infatti disponibile da metà dicembre negli Stati Uniti in tutti i negozi della catena Best Buy, al prezzo di 529 dollari, oppure a 199 dollari insieme a un contratto di due anni con l’operatore T-Mobile. Dal 20 dicembre il Nexus S arriverà anche in Gran Bretagna presso Best Buy e Carphone Warehouse. Quest’ultima offrirà il Nexus S a 35 sterline al mese con contratto di 24 mesi con Vodafone, oppure senza sim a 549,95 sterline. Il Wall Street Journal spiega che Google non guadagna dalla vendita diretta dei suoi smartphone e che il sistema operativo Android viene dato in licenza gratuitamente a Samsung (e agli altri produttori di hardware): il ritorno per Big G sta nell’adozione capillare di Android che assicura il predominio sui device mobili dei servizi (ricerca, mappe e altro) di Google.

La scelta da parte di Mountain View di non vendere più lo smartphone online serve ad assicurare al nuovo Nexus S una maggior diffusione rispetto al precedente modello, disponibile solo sul web store Google - una scelta che, a detta degli analisti, si è rivelata un flop, anche se Google sostiene di aver venduto 100mila pezzi in tre mesi. Oggi il web store Google è chiuso- una dimostrazione che, qualunque siano stati i risultati di vendita del primo Nexus, il colosso della ricerca è ancora abbastanza flessibile da modificare le proprie strategie per adeguarsi alla risposta del mercato.

Flessibile e attento: Google non smette di cercare tecnologie con alto potenziale di crescita. Nei giorni scorsi l'americana ha finalizzato due acquisizioni portando a quota 42 il totale delle società comprate nel 2010. I vertici del gruppo hanno deciso di puntare sul settore multimedia per le spese pre-natalizie, scegliendo Phonetic Arts e Widevine (non si conoscono i termini finanziari).

Widevine va ad arricchire le conoscenze degli ingegneri Google in materia di distribuzione online di contenuti in streaming: Widevine in particolare è una delle aziende più all’avanguardia nella protezione dei contenuti tramite Drm, ma l’acquisizione da parte di Google mira anche a migliorare la fruizione dei contenuti in streaming su diverse piattaforme, fisse e mobili, compresa la Google Tv, progetto sul quale la società di Mountain View ha puntato molto ma che non sta al momento restituendo i risultati auspicati. “Il video streaming sta rapidamente diventando il modo standard per gli utenti per usufruire all’istante dei contenuti, come su YouTube, dove vengono visionati ogni giorno 2 miliardi di video, ma anche sui servizi di cinema online in abbonamento o sui tablet”, commenta Mario Queiroz, Google vice president of product management.

Phonetic Arts è invece specializzata nella sintetizzazione vocale e con questa acquisizione Google punta alla realizzazione di nuovi prodotti in cui il computer parla all’utente. Le tecnologie sviluppate da Phonetic Arts potrebbero essere presto introdotte in numerosi servizi targati Google, compresi quelli per la navigazione satellitare o la traduzione di testi. “Google sperimenta da qualche tempo nel settore delle tecnologie vocali con strumenti che traducono la voce in testo (input vocale delle ricerche o dettatura delle email) o viceversa che leggono il testo all’utente, per esempio nelle traduzioni”, spiega lo speech technology manager Mike Cohen.

Infine, poiché Google non si ferma mai e la search, insieme all'advertising, resta il core business, il gigante di Mountain View si sta muovendo anche per controbilanciare le perdite di quote di mercato in Cina (dove, come noto, ha dovuto notevolmente ridimensionare la sua presenza) espandendo aggressivamente la sua attività di posizionamento di pubblicità video e banner su siti terzi, come spiega il suo top executive in Cina John Liu al Financial Times.

“Negli ultimi 12 mesi, la Cina è stata uno dei maggiori mercati display del mondo per Google e continua a crescere rapidamente”, dichiara il vice-president for greater China operations dell’azienda americana. Il mercato “display” si riferisce all’attività di Google, in forte crescita, di advertising network, cioè le pubblicità sulla rete di siti partner, non quelle accanto ai risultati di ricerca sul suo proprio sito. La scommessa sulle entrate del settore display in Cina rispecchia la strategia globale di Google, delineata dal Ceo Eric Schmidt, che individua in questo segmento uno dei massimi driver di crescita; Liu sostiene che il mercato cinese delle display ads sia ancora più grande di quello per le search ads. La società di ricerche eMarketer lo conferma: il mercato display del Paese asiatico varrà 1,78 miliardi di dollari quest’anno, contro gli 1,44 miliardi delle search ads.

07 Dicembre 2010