Lte, l'asta di Tremonti a rischio elettrosmog

L'INCHIESTA

In Italia il 4G frenato dalle leggi sulle emissioni elettromagnetiche. Abbiamo i limiti più stringenti d'Europa

di Paolo Anastasio
La normativa italiana che regola l’esposizione ai campi elettromagnetici, che fissa a 6 v/m il limite massimo di emissioni, è la più rigida in vigore nei paesi dell’Ue. E rischia di compromettere lo sviluppo della banda larga mobile, in particolare delle reti Lte, in previsione dell’asta per l’assegnazione delle frequenze.

Un’asta che il Governo ha licenziato nel ddl stabilità, dalla quale si aspetta incassi di 2,4 miliardi di euro per l’assegnazione delle frequenze agli operatori. Fondi già messi a copertura del deficit dello Stato, su cui il ministro Tremonti fa già conto. Ma che potrebbero non arrivare. Motivo? L’asta peserà non poco sulle casse degli operatori (Telecom Italia, Vodafone, Wind e H3g). Tanto più, che, secondo stime che circolano nel settore Tlc, il costo di una rete Lte da realizzare ex novo ammonta a 2 miliardi di euro. Cifra che potrebbe dimezzarsi a un miliardo grazie al cositing e alla condivisione delle antenne.

Quindi? “O cambia la normativa sull’elettrosmog, o lo sviluppo delle reti Lte in Italia sarà in forse: costano troppo”, dice un manager delle Tlc sotto anonimato. Che fare? Sarebbe sufficiente alzare il limite di emissione dagli attuali 6 v/m a 12 v/m per consentire il cositing di quattro operatori in un’unica stazione base. Raddoppiando la potenza del segnale da 6 v/m a 12 v/m si quadruplicherebbe la superficie coperta da un unico ripetitore. E pur raddoppiando i limiti, l’Italia resterebbe il paese europeo più “cauto” sul fronte elettrosmog, con valori 10 volte inferiori alla media europea. Basti pensare che i limiti dello standard internazionale fissati dall’Icnirp (International commission on non-ionizing radiation protection) sono di 41 v/m sulla banda dei 900 Mhz e 61 v/m a 2100 Mhz. In Germania il limite raggiunge i 97 v/m.

Ma la revisione del quadro normativo sull’esposizione ai campi magnetici non è all’ordine del giorno del ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani. Il limite di emissioni, fissato nel 1998, è pari a 20 v/m, che si riducono di fatto a 6 v/m per esposizioni superiori a 4 ore in luoghi pubblici come scuole, uffici, abitazioni, stazioni, aeroporti. Un approccio, secondo gli operatori, “iper precauzionale”, non basato su riscontri di carattere sanitario, ma sulla semplice percezione di rischi percepiti da centinaia di comitati cittadini anti-elettrosmog sparsi nel paese. Il limite dei 6/v al metro, secondo gli operatori, viene applicato ovunque e in maniera acritica dagli enti locali.

La legge quadro n. 36 “sulla protezione dall’esposizione a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici (Cem) a copertura dell’intervallo di frequenze da 0 a 300 GHz”, è stata promulgata nel 2001, figlia di una normativa del ’98, confermata poi nel 2003.
Lo sviluppo delle reti wireless è sotto la lente dell’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità) dal 1993. Nel 2000 l’organismo ha pubblicato un report in cui dichiara che non esiste nessuna connessione fra l’insorgere del tumore e l’esposizione ai campi magnetici delle microonde e dei cellulari. Sempre l’Oms ha dichiarato che “le stazioni radio base non costituiscono un rischio per la salute”. Alle stesse conclusioni sono giunti studi analoghi condotti in Italia da Elettra 2000, Fub (Fondazione Ugo Bordoni) e Arpa.

Oggi nel nostro paese ci sono già 50mila stazioni radio base installate dai quattro operatori (Tim, Vodafone, Wind e 3). Il primo effetto collaterale della legge 36 è stata negli anni la moltiplicazione degli impianti: “Per garantire l’utilizzo di potenze contenute, abbinate a livelli di emissioni elettromagnetiche estremamente bassi come quelli previsti dalla legge italiana, in Italia è stato necessario costruire un numero di impianti estremamente superiore a quello degli altri paesi europei che possono operare con limiti di emissioni elettromagnetiche più elevati”, si legge in uno studio riservato, di cui il Corriere delle Comunicazioni è entrato in possesso.

“Con l’avvento dell’Lte, se non cambierà la normativa in vigore, il numero già esorbitante di stazioni base presenti in Italia, pari a 50mila impianti, rischia di raddoppiare se non di triplicare, raggiungendo quota 150mila”. Una giungla di impianti ed antenne, provocata da una normativa la cui revisione non compare nell’agenda del Governo, ma il cui impatto urbanistico è prevedibile. Le stazioni base e antenne per la telefonia mobile esistenti sono già sotto stress, vicine alla saturazione, ospitando altre tecnologie wireless, come il Dvbh, il Dab, Wimax oltre a Gsm, Gprs e Umts.

La richiesta degli operatori è nota: raddoppiare il limite di emissioni elettromagnetiche da 6 v/m a 12 v/m per consentire la realizzazione in cositing della rete Lte. Il trasloco degli operatori nel sito condiviso “consentirebbe la sostituzione delle tre antenne per cella che si usavano nei vecchi sistemi con un’antenna trivalente”. Antenne multistandard già messe a punto ad esempio da Ericsson.

13 Dicembre 2010