IL PROTAGONISTA. Raffaelli (Cnr): "La fibra? In Italia non è indispensabile. La sfida è sui servizi

IL PROTAGONISTA

Secondo il fondatore del Cooperation Lab colmare il digital divide non significa solo portare banda dove non c’è ma fornire prestazioni innovative. "In Italia non c’è interesse a svilupparle. Perché le telco dovrebbero investire in qualcosa che non garantisce ritorni economici?"

di Federica Meta
Una smart vision per una “smart life”. A questo ambizioso obiettivo lavora Vincenzo Raffaelli, ricercatore del Cnr – 63 anni di cui oltre 40 passati al Consiglio Nazionale delle Ricerche – nonché coordinatore dello Smart Services Cooperation Lab, il laboratorio con sede a Bologna nato nel 2009 da un protocollo di intesa tra ministero della PA e Innovazione, Telecom Italia e, appunto, il Cnr.
Raffaelli, cosa fate concretamente nel vostro Lab?
Lavoriamo in team- e ci tengo a sottolineare che si tratta di una squadra di 15 ragazzi tutti sotto i 30 anni – allo sviluppo di progetti di servizio in grado di cambiare dal profondo la vita dei cittadini. In questo senso il Lab si propone di essere un punto nevralgico per la creazione di una rete cooperativa tra PA, università e aziende per l’elaborazione di servizi innovativi in settori strategici quali la sanità, la scuola, le utilities. Ne è un esempio il progetto Smart Inclusion, che utilizza le moderne tecnologie di comunicazione multimediale, per consentire ai piccoli pazienti degli ospedali di seguire da remoto le lezioni scolastiche e di comunicare con genitori e amici. Ad oggi ci sono 130 terminali connessi nei reparti di oncoematologia pediatrica che consentono ai bambini di fare una vita il più possibile normale ovvero di avere una finestra sempre aperta sul loro mondo.
La prima grande innovazione riguarda la tecnologia di connessione ovvero solo la rete elettrica per trasmettere i dati…
L’utilizzo delle rete elettrica è un aspetto dirimente perché permette di mettere in campo tecnologie di trasmissione ad alta velocità (50Mb/sec) ma a zero impatto elettromagnetico e ambientale dato che per l’installazione non servono né interventi edili né di cablaggio. Nel caso di Smart Inclusion usiamo l’infrastruttura elettrica dell’ospedale per connettere il tablet Smart Care e le lavagne interattive sviluppate da Telecom Italia,
Il sistema va bene per gli ospedali. Ma potrebbe funzionare anche nelle città che vogliono diventare appunto Smart Cities?
Non “potrebbe” funzionare, già funziona. I pali della luce sono collegati a un armadio elettrico stradale che ne gestisce l’accensione o lo spegnimento. Grazie al modem a onde convogliate, cuore del sistema Smart Town (altro progetto del Cooperation Lab ndr), è possibile azionarli da remoto, programmando allo stesso tempo l’accensione in base alle necessità, garantendo risparmi energetici di oltre il 30%.
Anche in questo caso, dunque, non serve la fibra o la banda larga. Abbiamo risolto il problema del digital divide visto che il vostro sistema funziona anche in aree svantaggiate?
Il discorso è più complesso. Sempre riguardo a Smart Town, il passo successivo a quello descritto sopra sta nella creazione di una rete “orizzontale” con tecnologia tradizionale, ovvero una Lan estesa, che arrivi fin dentro gli armadi. E per fare questo la fibra o l’Adsl servono. Il sistema così strutturato non solo controlla da remoto i punti di illuminazione, ma consente l’installazione di telecamere di sorveglianza oppure un sistema di cartellonistica elettronica che funzionano anche a lampione spento. Tornando al discorso della fibra ottica che tiene banco in questi ultimi anni ci terrei a puntualizzare delle cose…
Lei non è d’accordo sulla sua necessità?
No, voglio dire che colmare il digital divide non significa solo portare banda laddove non c’è, ma più concretamente portare servizi innovativi per consentire ai cittadini di vivere meglio - ecco perché il nostro centro si chiama Smart Service Cooperation Lab e non Smart Technology Cooperation Lab. La questione vera è che in Italia non c’è interesse a sviluppare servizi avanzati. E dunque perché le telco dovrebbero investire in qualcosa che non garantisce in alcun modo ritorni economici? Che vuole che se ne facciano i cittadini di un collegamento che serve solo a scaricare in film di due ore in tre secondi?
Allo stesso modo, però, chi realizza servizi dice che, siccome non c’è la rete di trasporto, è inutile puntare all’innovazione. È un cane si morde la coda…
Non è così perché la chiave per modernizzare il Paese - questa è la filosofia che anima il nostro lavoro - sta tutta nel servizio: cittadini che da ogni parte del Paese possono sfruttare allo stesso modo le potenzialità dell’innovazione. La Costituzione dice che siamo tutti uguali e, oggi, servizi avanzati abilitati da tecnologie all’avanguardia possono garantire questa uguaglianza.
Sembra quasi un’utopia in un Paese come l’Italia che non brilla certo per innovazione…
Il problema dell’Italia non è tanto il tasso d’innovazione quanto la mancanza di un “sistema” che metta a fattor comune quella miriade di esperienze eccezionali che pure sono presenti nel Paese. C’è poi il nodo della cultura del Web: le imprese non utilizzano Internet per cercare un’integrazione, come uno strumento per fare rete, ma come vetrina, al massimo come piattaforma per il commercio elettronico.
Che fare per superare questa impasse?
Serve un impegno congiunto tra impresa e università che faccia rete, ovvero che crei un canale che faccia diventare realtà le idee più interessanti.
In questo senso il vostro Cooperation Lab è un buon esempio.
Un esempio che non sarebbe stato possibile senza la disponibilità del ministro Brunetta e la lungimiranza di Telecom Italia che ha lavorato fortemente per portare Smart Inclusion negli ospedali, ed è grazie all’investimento di Telecom Italia che si è potuto creare questo Lab. Ma si potrebbe fare molto di più… Allo stato, per quanti sforzi siano stati fatti da tutti, le condizioni per continuare ad operare con profitto non rispondono ai bisogni del Paese. Una struttura come il Cooperation Lab non può essere basata esclusivamente su 15 ragazzi. Si deve entrare nell’ottica che questo centro non è una scommessa di poche persone che guardano al futuro, ma un laboratorio del Paese per il Paese. Lo dico con dispiacere ma se le cose non si modificheranno a fine 2011 mi vedrò costretto a lasciare.
È una questione di risorse economiche?
I soldi si trovano in Italia e in Europa. Per realizzare i servizi non sono stati necessari mega-investimenti, soprattutto in rapporto ai risultati ottenuti. La cosa di cui abbiamo bisogno è sentire che facciamo parte di una filiera per l’innovazione che riguarda tutti. Nessuno deve avere alibi per escludersi.

24 Gennaio 2011