Bernabè: "Il modello Fiat? Meglio quello tedesco"

STRATEGIE

Secondo il numero uno di Telecom Italia per il rilancio del nostro Paese servono riforme sull'onda di quelle avviate in Germania. "Confindustria? Sbaglia a generalizzare"

di Federica Meta
Riforme alla tedesca per modernizzare il mercato del lavoro e l’economia e nessuno strappo alle relazioni industriali e un’agenda per la crescita. sulla scia di quella elaborata dall’ex premier tedesco Schroeder nel 2003. È la “ricetta” che l’Ad di Telecom Italia, Franco Bernabè, rivela in un colloquio con Il Foglio.
Secondo Bernabè quello che ha deciso una singola azienda come la Fiat, non è detto che funzioni anche per altre grandi imprese.
“Quello che ha deciso Fiat riguarda la Fiat - dice l’Ad di Telecom – a me non sembra che quello che va bene per un’azienda debba poi risultare obbligatorio per gli altri. Ogni azienda, ogni settore ha la sua specificità”.

Eppure - ricorda il Foglio – il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia ha assicurato che i grandi gruppi non aspettano altro che sostituire i contratti nazionali con quelli aziendali. “Non è così, non mi risulta che i grandi gruppi la pensino così – risponde il manager – E comunque io parlo solo a nome di Telecom. Certo i grandi gruppi affrontano problemi inediti e difficili. Ma credo che la risposta sia quella di ricercare il più alto grado di condivisione con i sindacati nel rispetto della diversità dei ruoli. Così ha agito Telecom”. L’azienda ha firmato lo scorso agosto un accordo con le rappresentanze sindacali (Cgil compresa) che prevede la riqualificazione e il trasferimento di addetti dalle attività in esubero ad attività dove c’è più bisogno di personale. Un accordo che Bernabè non esita a definire “alla tedesca: all’insegna del dialogo, della partecipazione, della flessibilità”.
Per quanto riguarda la partecipazione dei lavoratori agli utili, il numero uno di Telecom ribadisce che “è al modello tedesco che dobbiamo guardare senza focalizzarci sui singoli aspetti”.

“La risposta alla bassa crescita italiana non può essere delegata alle aziende – prosegue – Manca nel governo una visione che concentri sforzi e azioni in un’agenda riformatrice come quella che nel 2003 avviò l’ex primo ministro Schroeder con la commissione Hartz”.
L’esecutivo ha però esteso la cassa integrazione, realizzato una riforma previdenziale senza scioperi e, detassando il salario legato alla produttività, favorito l’investimento Fiat in Italia.
“Va dato merito soprattutto al ministro del Lavoro Sacconi il varo di singoli e talvolta apprezzati provvedimenti - sottolinea Bernabè – Ma dobbiamo avere uno sguardo sistemico per affrontare problemi che si sono accumulati in Italia. Nel periodo 2000-2010 il Pil pro-capite italiano è stato più basso della media Ue, la produttività del lavoro è più bassa che in Germania, Francia e Spagna e il costo del lavoro per unità di prodotto è aumentato più che in altri Paesi”.

Ma se la politica deve assecondare l’economia, che fare se – come in Italia – lo stato dei conti pubblici richiede di stringere la cinghia?
“La risposta non può che essere un processo riformatore di ampio respiro come quello impostato da Schroeder e poi realizzato in Germania – conclude – Rivedendo l’assetto del mercato del lavoro all’insegna della flessibilità, limitando i sussidi alla disoccupazione e consentendo, con altre riforme, la trasformazione strutturale dell’industria e dell’economia.”

25 Gennaio 2011