Ngn, D'Angelo: "Le regole non fanno il mercato"

LE RETI DEL FUTURO

Il Consigliere di Agcom: "Come spingere gli investimenti? Stimolando la domanda. Un compito che spetta soprattutto alla PA"

di Mila Fiordalisi
Un colpo al cerchio e uno alla botte”, si accusa. Non ha suscitato grandi entusiasmi, almeno a caldo, la proposta Agcom per la regolamentazione dei servizi di accesso alle reti di nuova generazione (Ngn), sottoposta a consultazione pubblica per 45 giorni a partire dallo scorso 19 gennaio. E c’è chi sostiene che lo scontento delle due parti in causa - Telecom Italia da un lato e Olo dall’altro - rischia di provocare l’impasse, scoraggiando gli investimenti piuttosto che incoraggiarli, ossia di sortire l’effetto opposto rispetto all’intento del regolatore. “È una tesi pretestuosa perché non siamo di fronte a regole definitive ma a una proposta - puntualizza il consigliere di Agcom, Nicola D’Angelo -. La consultazione serve proprio a raccogliere il parere del mercato, degli operatori di Tlc, ma anche dei consumatori, insomma di tutti gli attori coinvolti che potranno sottoporci osservazioni evidenziando eventuali criticità in vista della stesura del documento definitivo».

Consigliere, è vero però che la proposta al momento non soddisfa le aspettative delle telco?
La posizione di Agcom media fra le esigenze ed i punti di vista di Telecom e degli Olo. È una posizione equilibrata che - se ha scontentato entrambi - è coerente con l’obiettivo del regolatore di avere un approccio generale e non favorire né l’uno né l’altro. Telecom Italia, in nome della spinta agli investimenti, preferirebbe un’ampia deregulation ossia l’eliminazione degli obblighi sull’accesso alla rete in rame. Gli Olo e gli Isp, dal canto loro, ritengono che la transizione non può essere lesiva degli investimenti e della concorrenza, anche nelle fasi di avvio dei mercati quando il quadro regolamentare dovrebbe essere tale da non impedire lo sviluppo della competizione. Queste esigenze si concretizzano nelle modalità di accesso alla rete. L’Authority ha optato per il mantenimento del bitstream, per poi passare all’unbundling nel 2013 nelle aree in cui non c’è adeguata competizione infrastrutturale. Si è quindi tenuto conto delle esigenze dell’incumbent e degli Olo in un percorso già avviato con la delibera 731/2009, di cui la nuova proposta rappresenta il continuum in linea con la Raccomandazione Nga della Commissione Ue. Ma ci tengo a sottolineare che la proposta Agcom va ben oltre il bitstream e l’unbundling, su cui si sono concentrati i media e i commenti.

Cioè?
È un’impostazione innovativa per le aree in cui è presente o si prevede, nel medio periodo, una competizione infrastrutturale Nga, fondata sulla garanzia dell’equality of access e sulla vigilanza dell’Autorità sui fenomeni di margin squeeze o di disparità di trattamento, sulla scorta anche delle esperienze di altri Paesi. Si è anche ragionato nella logica del risk premium e del risk sharing per chi realizza le opere. E si è analizzato il contesto, puntando i riflettori sulle questioni della domanda e della presenza di nuovi attori in campo, come le Internet companies. Sul mercato si è creato un disequilibrio fra il costo dell’accesso alle reti e quello dei servizi e il mercato è sempre più nelle mani dei grandi aggregatori. Il caso Apple è paradigmatico: si avvantaggia delle condizioni di accesso offrendo servizi ai clienti a prezzi elevati. Di fatto, si approfitta della neutralità della rete mettendo a disposizione contenuti e servizi a prezzi alti: questo è un problema.

E come si risolve?
In due modi: differenziando le tariffe di terminazione oppure, più facilmente, prevedendo politiche di pricing dell’accesso differenziate per questa tipologia di soggetti.

Tornando alle regole Ngn, come si declinerà il risk premium?
Abbiamo interpellato il mercato proprio per verificare le esigenze degli attori coinvolti. Aspettiamo proposte per valutare il giusto livello di remunerazione degli investimenti.

La proposta non contempla il criterio della ripartizione geografica dei mercati. Come mai questa scelta?
Si è preferito il criterio della differenziazione degli obblighi, tenendo conto del livello di concorrenza del mercato. Una delle ragioni che ci ha indotto a non optare per la geografizzazione è che una ripartizione del genere comporterebbe differenziazioni troppo marcate con aree del Paese escluse dalla realizzazione delle Ngn. Il nostro approccio consente di monitorare il mercato e di imporre rimedi differenti anche a seconda degli sviluppi tecnologici che sono molto rapidi. Basti pensare che nell’arco di pochi anni il protocollo Ip è passato dal campo di Internet a quello della voce. E adesso governa anche i device.

Ce la farà l’Italia a rispettare la roadmap dell’Agenda digitale Ue?
Non è il regolatore che deve rispondere, anche se è vero che l’impianto regolatorio rappresenta un punto importante. Si tratta di una questione da Sistema Paese. È per questo che nel documento che abbiamo sottoposto a consultazione è stato dedicato ampio spazio alla descrizione del contesto e al ruolo delle istituzioni pubbliche.

Quali sono le esigenze del Paese?
Molte. Intanto bisogna stimolare la domanda di nuovi servizi: e qui è la PA a dover fare la parte del leone. E’ poi necessario completare il quadro di norme sull’interoperabilità dei servizi della PA e della sanità online. Servono regole per la liberalizzazione e la diffusione delle transazioni online e del commercio elettronico e sulla sicurezza delle reti. Inoltre, è auspicabile l’aumento del tetto del credito d’imposta per gli investimenti delle imprese e la riduzione delle imposte sui finanziamenti a lungo termine per interventi strutturali, nonché agevolazioni fiscali per l’impiego di capitali privati nel finanziamento di progetti di lungo periodo con forti esternalità positive.

07 Febbraio 2011