Radaelli: "All'Italia serve un'Agenda digitale"

L'INDUSTRIA

L'appello del presidente di Anitec-Anie: "L'Ict deve essere al centro delle strategie di sviluppo. Il modello? Eu 2020"

di Federica Meta
In Italia serve un cambio di passo culturale che contribuisca a fare crescere e radicare la percezione che dall’Ict passa il rilancio del sistema Paese. Un cambio di passo, da attuare ancor prima di pensare a nuovi investimenti nel settore, che possa invertire il pericoloso trend del Pil italiano: strategia possibile con “l’elaborazione di un’agenda che metta l’Ict al primo posto”. Ne è convinto Cristiano Radaelli, presidente di Anitec, l’associazione nazionale industrie Informatica, Telecomunicazioni ed Elettronica di Consumo aderente a Confindustria Anie.

Ingegner Radaelli, prima la cultura e poi i piani economici per rilanciare la competitività?
In un momento di forte difficoltà come quello che stiamo attraversando è importante cavalcare quel grande cambiamento che, in parole più precise, può essere definito digital agenda. Ovvero mettere l’innovazione in testa a ogni programma di sviluppo. In Italia, contrariamente a ciò che accade negli Stati Uniti, in Giappone, ma anche in alcuni Paesi europei, l’Ict non è ancora percepito come un dei più importanti elementi in grado di generare la crescita e lo sviluppo dell’economia.

In questo senso quali sono le strategie che Anitec-Anie pensa di mettere in campo per agevolare il cambiamento e, quindi, stimolare gli investimenti?
L’associazione ha elaborato delle proposte concrete che vanno dalla trasformazione del credito di imposta in un meccanismo strutturale, alla previsione di misure specifiche per il settore delle tecnologie digitali, evitando l’inutile sperpero senza accontentarsi di investimenti a pioggia, fino all’elaborazione di strategie di collaborazione tra industria e università. Un rapporto, quest’ultimo, che sconta ancora un pesante fardello dal punto di vista della burocrazia e che rende inefficaci strumenti di per sé virtuosi già esistenti, come ad esempio gli spin off universitari. “Liberando” questa relazione, l’Italia diventerebbe più competitiva anche sul mercato del lavoro che - secondo le stime del commissario Ue all’Agenda Digitale, Neelie Kroes - da qui a 20 anni chiederà sempre più competenze digitali. Si tratta di interventi in cui il ruolo del settore pubblico è determinante: perché prima degli investimenti servono regole chiare entro cui questi si possono realizzare.

Ciò vale anche per le reti di nuova generazione?
Soprattutto per le Ngn. Chiarito che ormai non c’è la possibilità di un intervento pubblico in quel settore, le istituzioni si dovrebbero impegnare soprattutto a disegnare un quadro regolatorio che sia in grado di garantire i ritorni degli investimenti privati e, allo stesso tempo, realizzare servizi innovativi che viaggino su quelle reti. Mi riferisco, in particolar modo, allo sviluppo e all’implementazione di servizi digitali nella Pubblica amministrazione nella Sanità, nella Scuola nonché per la riorganizzazione del back office nel senso di una progressiva dematerializzazione dei processi.

A proposito del ruolo pubblico il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha bacchettato il governo accusandolo di immobilismo. Lei che idea si è fatto?
Credo che sia stato importante sottolineare l’esigenza di interventi strutturali e di lungo termine per invertire un pericoloso trend, in atto almeno dai primi anni Novanta, che vede il Pil italiano crescere molto meno che in altri Paesi. Un trend che si inverte, appunto, con l’elaborazione di un’agenda che metta l’Ict al primo posto: una sorta di “Italia 2020” sul solco di Eu2020 lanciato dall’Unione europea.

Ha fatto spesso riferimento alla competitività e alla produttività dell’Italia. Il dibattito tiene banco proprio in questo periodo, soprattutto riguardo ai modelli contrattuali. Lei crede che sia necessario un “modello Marchionne” anche per rilanciare le imprese Ict?
Il cosiddetto “modello Marchionne” è stato scelto per la Fiat, non credo che sia replicabile automaticamente in altre aziende o in altri settori. Detto questo, è importante dare impulso propositivo alla questione delle relazioni sindacali, discutendo con le istituzioni e le parti sociali. D’altronde quel tipo di relazioni è stato pensato e messo in atto in un secolo in cui il sistema economico aveva altre caratteristiche rispetto a quello attuale e, soprattutto, in un momento in cui non era necessario gestire la flessibilità del lavoro che, invece, oggi è questione dirimente.

07 Febbraio 2011