Gentiloni: "Governo accecato dalla televisione"

AGENDA DIGITALE

L'affondo dell'ex ministro della Comunicazioni: "Dai giornali al Web, tutto viene sacrificato sull'altare delle Tv. E sull'innovazione ci muoviamo a passo lumaca"

di Gildo Campesato
«L’Italia è l’unico grande Paese europeo a non avere un’Agenda digitale condivisa, impegnativa per l’intero governo, frutto di un lavoro d’insieme e non lasciata all’iniziativa isolata di qualche ministro. Si è provato a farlo due anni fa, affidando l’incarico a Francesco Caio: tutto è finito in un nulla di fatto, e non per colpa di Caio. Degli investimenti pubblici previsti da quel piano non si è visto un euro»: è l’atto d’accusa di Paolo Gentiloni, ex ministro delle Comunicazioni, oggi responsabile Forum Ict del Pd.
Dice che l’Italia è ferma. Brunetta la smentirebbe subito.
Non dico che l’Italia è ferma. Dico che si muove a passo di lumaca. Imprese, PA, autorità di regolazione: vi sono iniziative che colgono l’importanza del digitale. Manca però una strategia-Paese, una cabina di regia sugli obiettivi da raggiungere, un programma preciso di Agenda digitale. Ed è quello che abbiamo voluto sollecitare lanciando nelle scorse settimane la nostra proposta di Agenda digitale. Sollecitazioni simili sono venute anche dal presidente degli Industriali Emma Marcegaglia e dall’appello di importanti personalità pubblicato dal Corriere della Sera. Si tratta di individuare un’occasione in cui le migliori energie del governo, del Parlamento, delle imprese, della tecnologie, delle università, del territorio, delle Regioni si diano obiettivi di grande respiro e priorità realizzative.
Perché non si trova questa occasione?
Perché il governo è troppo dominato dalla visione del broadcasting commerciale e generalista: è la sua priorità assoluta. Il resto viene definanziato, che si tratti di carta stampata, tv satellitare, editoria o Internet. Il piano Caio prevedeva 800 milioni per il superamento del digital divide e una società veicolo con Cdp per coprire in banda ultralarga il 50% del territorio. Per il primo obiettivo non si è vista una lira. Un mese fa c’è stato l’annuncio che siamo scesi a 100 milioni: un’altra beffa visto che il Cipe non ha ancora deliberato nulla. Sulla banda ultralarga a inizio novembre è stato firmato un memorandum governo-operatori. È una base minima, ma consentirebbe di partire, anche se è arrivata dopo due anni dal piano Caio. Eppure, a 4 mesi dalla firma non c’è traccia di un programma operativo che avrebbe dovuto essere varato in 90 giorni. Non vorrei che passassero altri due anni prima di arrivare al programma. E mi chiedo: c’è scarsa consapevolezza dell’urgenza del tema oppure c’è la volontà di rallentare?
Ma è arrivata la crisi.
Non c’è dubbio. Infatti, nella nostra proposta di Agenda digitale non insistiamo più di tanto in misure di finanziamento statale diretto. Puntiamo ad aggregare diverse forze in campo, Stato, imprese, istituzioni locali, Cdp proprio per fare fronte alla scarsità di risorse pubbliche. Faccio notare che l’annuncio del governo dello stanziamento di 800 milioni risale al marzo del 2009 e cioè al momento più acuto della crisi.
Risorse arriveranno dall’asta frequenze.
Che il governo non voleva fare: fino a pochi mesi fa eravamo l’unico Paese europeo a non prevedere un dividendo per il broadband mobile dal digitale terrestre. A luglio Tremonti e Romani hanno bocciato le nostre proposte sull’asta degli 800Mhz: è arrivata solo con la legge di stabilità. Meglio tardi che mai. Tuttavia, se si continuano a regalare multiplex a Rai e Mediaset e a umiliare le tv locali, sarà difficile avere a disposizione la banda da mettere all’asta. E poi, non possiamo immaginare un prelievo di 2,4 miliardi da un settore economico come quello delle tlc mobili senza che almeno una parte delle risorse venga reinvestita nel settore.
Rimborsare i gestori?
Non dico di dargli con la sinistra quel che è stato tolto con la mano destra. Parlo di investimenti per promuovere la domanda digitale, l’e-commerce, la digitalizzazione della PA, tutta una serie di misure volte a fare dell’Italia un Paese digitale.
Brunetta ha presentato programmi molto impegnativi.
Sono quasi sempre d’accordo con le cose che dice. Ma ha i fondi per realizzarle? Ha il coordinamento con tutti i ministeri interessati alla svolta digitale? Non mi pare. Al di là di singole iniziative, non vedo un significativo livello strategico di innovazione digitale nella PA. Manca, ad esempio, un programma vero di switch-over dei servizi cartacei indicando date, modalità, priorità partendo dai Comuni che non sono in digital divide.
La PA è un pezzo centrale di un’Agenda digitale Paese ma non l’unico.
Ed infatti noi prevediamo tutta una serie articolata di misure. In Francia il potente ministro Besson si definisce ministro dell’Industria e dell’economia digitale, con una delega trasversale. Negli Usa già nell’era Clinton il vicepresidente Gore aveva il coordinamento delle autostrade informatiche. Al tempo del governo Prodi c’era un Comitato interministeriale per la banda larga. E adesso? Solo iniziative sparse. E tante promesse non mantenute.

21 Marzo 2011