Rapporto Caio: scarica il testo integrale

BROADBAND

In anteprima il rapporto sul broadband stilato dal consulente del governo Francesco Caio (scarica qui il testo integrale del rapporto)
Un documento di 105 pagine intitolato “Portare l’Italia verso la leadership europea nella banda larga - Considerazioni sulle opzioni di politica industriale”; è il famoso Rapporto Caio che il Corriere delle Comunicazioni è in grado di anticipare. In esso si sintetizzano le opzioni che la politica si trova davanti: limitarsi ad interventi contro il digital divide, dare un supporto così così allo sviluppo delle nuove reti, oppure essere ambiziosa e farsi “asiatica” promuovendo con massicci investimenti il decollo delle reti in fibra ottica. Ed è quest’ultima la preferenza che emerge da un altro documento, più sintetico, 25 pagine, che Caio ha presentato al governo e titolato: “La possibilità di una leadership europea -Per una strategia di sviluppo della rete in banda larga in Italia”. Titolo significativo anche perché tradisce l’opzione preferita da Francesco Caio, un manager dalla lunga carriera professionale (Ad di Omnitel, fondatore di Netscalibur, Ad di Cable & Wireless, presidente dell’European Advisory Board di Lehman Brothers,) ed anche advisor del governo inglese sulla banda larga prima di esserlo per quello italiano. Il rapporto è stato presentato al governo il 12 marzo e restano tuttora riservati. Il Corriere delle Comunicazioni ne è entrato in possesso. Ne proponiamo una sintesi per i nostri lettori. Il lavoro nasce dalla consultazione di numerose aziende ed istituzioni: Telecom Italia, Fastweb, BT, Metroweb, Vodafone, Wind, 3, Aria, Aiip, Asstel, Confindustria, Rai, Mediaset, Sky, Eutelsat, Astra, Sirti, Italtel, Alcatel, Ericsson, Agcm, Agcom, le Regioni e la Direzione generale Comunicazione dell’Ue.

Il ruolo della politica industriale
La banda larga è un’infrastruttura centrale per la competitività delle imprese e la qualità della vita di milioni di cittadini. La crescita di traffico e lo sviluppo di nuove applicazioni fanno emergere i limiti della rete in rame. Lo sviluppo di una nuova rete di accesso chiede un approccio sistemico e di lungo termine.
Oggi l’Italia non è fra i leader della banda larga (copertura reale 85% circa contro 90% media Ocse). Nel periodo 2005-2008 sono fortemente rallentati gli investimenti in fibra mentre gli altri Paesi hanno accelerato. Gli obiettivi per l’infrastruttura di rete a banda larga individuati sono: a) universalità di accesso per mettere tutti i cittadini e tutte le imprese, in tempi rapidi, in condizione di poter collegarsi alla rete e fruire di servizi che sempre più hanno caratteristiche di essenzialità (piattaforma critica per la trasformazione della PA); b) qualità della rete per mettere i cittadini e imprese delle zone urbane e a più alta densità allo stesso livello di competitività dei Paesi più avanzati. Una visione di leadership implica il raggiungimento entro 5-6 anni del 40-50% di connessioni Nga (banda 50-100 mega/simmetrica) e il raggiungimento entro 2-3 anni del 99-100% della popolazione con banda larga adeguata ai principali servizi. Ciò porterà l’Italia nel G8 dell’infrastruttura digitale. Bisogna essere ambiziosi perché l’infrastruttura Nga avrà impatti sulla produttività, l’innovazione, la qualificazione del Paese, sarà una variabile chiave della competitività territoriale, innescherà un circolo virtuoso investimenti-occupazione, anche in senso anticiclico. Il percorso di questa politica industriale dovrà partire dai piani dei gestori, verificarne la coerenza con gli obiettivi di sviluppo pubblici, definire i progettii per raggiungere i target strategici.


L’evoluzione della domanda
Oggi Internet è usata in Italia da 20 milioni di persone, di cui più di 10 a banda larga. La banda larga è essenziale per la competitività e i servizi alle imprese, anche piccole. Nonostante un rallentamento nella crescita delle linee, il traffico in banda larga continuerà a svilupparsi a ritmi sostenuti. Il livello di prestazione richiesto alle reti continuerà a crescere. La diffusione del broadband in Italia è tra i più bassi livelli nell’Ocse (22° per penetrazione, 20° per crescita). La crescita ha rallentato all’avvicinarsi della saturazione delle “famiglie con pc” e della sostituzione del narrowband con il broadband.
Eppure il traffico crescerà: nuovi servizi multimediali fruibili in rete e maggior tempo passato online; iniziative per promuovere diffusione e utilizzo dei servizi online; diffondersi di nuovi device digitali che incorporano la connessione a banda larga (“Internet senza Pc”). Siamo all’alba di una nuova fase di sviluppo della banda larga che richiede un innalzamento dei livelli qualitativi della rete in termini di banda (megabit/s), simmetria download-upload, latenza, stabilità. Ma il mercato sarà in grado di finanziare gli investimenti necessari?

Copertura della popolazione
Eliminazione del digital divide

A fine 2010 il 97% della popolazione telefonica sarà allacciata a centrali abilitate alla banda larga. (95% oggi). In realtà, 7,5 milioni di persone (12%) hanno e avranno un servizio nullo o inferiore a un mega. Il piano “inerziale” di Telecom Italia non cambia di molto la situazione: al 2012 arriveremo a una copertura “full” dell’89%. La larga banda mobile mostra scarsa complementarietà con la rete fissa: raggiunge appena l’1% della popolazione non toccata dal broadband fisso. Le iniziative di Infratel hanno aumentato la copertura in broadband ma sono state orientate al fisso, con Telecom Italia principale beneficiario; non sono chiari criteri di allocazione delle risorse e si sono create reti pubbliche difficili da valorizzare. Di recente è stato definito è un piano “molto sfidante” di “accordi di co-finanziamento” con le Regioni ma andranno assicurati “il massimo utilizzo degli investimenti fatti dal più ampio numero di operatori” e un “coordinamento più stretto con i gestori per le attività di pianificazione e realizzazione”.
I piani in essere non sembrano però chiudere l’obiettivo di copertura universale in tempi ragionevolmente brevi. Di qui l’indispensabilità di un “intervento di finanza pubblica per estendere la rete in aree in cui la bassa intensità non giustifica l’investimento dei gestori”. È necessario un intervento in tempi rapidi.
Il livello del servizio deve essere un trade off fra costi di copertura, servizi, tempi di realizzazione: “Sembra ragionevole ipotizzare 2Mbps di banda minima garantita”. Oltre ad assicurare una serie di servizi di base ciò consentirebbe di mettere a gara e usare un mix di più piattaforme: fisso, radiomobile, hyperlan (6Mbps download e 4Mbps upload), Wimax (7Mbps download e 512 upload), satellite, ideale per la copertura dell’ultimo 1-2% (2Mbps download e 384 kbps upload).
Per la copertura del digital divide si stima un investimento di 1,2/1,3 miliardi; il piano può essere completato entro il 2011 se avviato entro giugno 2009 coprendo il 99% della popolazione.
Ci vuole tuttavia un nuovo approccio più coordinato nella pianificazione e gestione degli interventi pubblici. Il dipartimento delle Comunicazioni del ministero dello Sviluppo economico dovrebbe fungere da cabina di regia. Il territorio da coprire va diviso in aree; vanno messe a gara copertura a banda larga e fornitura del servizio: vince l’operatore o il consorzio che richiede l’ammontare minore di finanziamento pubblico, garantendo qualità e prezzo del servizio. Ci vuole un tetto al finanziamento in ogni area e la rete deve essere aperta.



Competitività della rete
Evoluzione verso la fibra

La rete in rame/Dsl sarà per i prossimi anni la principale piattaforma tecnologica per il broadband, anche perché Telecom Italia ha rivisto al ribasso i piani di investimento. Vanno dunque monitorate da parte di Agcom e Ota la qualità e le condizioni di utilizzo della rete in rame. Tuttavia, essa rischia l’obsolescenza: già ora la banda reale non coincide con quella nominale col rischio di avere una rete di accesso inadeguata.
La migrazione alla fibra deve garantire le dinamiche competitive evitando pre-emption del mercato: una regolamentazione sui cavidotto o sull’accesso alle infrastrutture passive è giustificata. Il prezzo va orientato al costo dei servizi di accesso alla fibra. Governo e Comuni devono facilitare con normative ad hoc la posa dei cavi, ma anche consentendo la fruizione di parte dello spettro radio (altre frequenze Uhf), liberato dalla Tv digitale terrestre.
E poi, c’è una specie di male oscuro della rete in rame: un’obsolescenza non visibile ma progressiva di cui ci si potrebbe accorgere troppo tardi.
Si rischia il bandwith crunch per reti di accesso inadeguate. Per sviluppare le Ngn vengono individuate tre opzioni con investimenti pubblici “non a fondo perduto ma a prospettiva di ritorno”: 1) “Leadership in Europa”: un piano nazionale per collegare il 50% delle case – 100 città - in Ftth P2P (ingente investimento pubblico e creazione di un’azienda nazionale integrata fibra e rame, intorno alla struttura di TI). L’investimento è di 10 miliardi in 5 anni; 2) “Per non arretrare”: collegare il 25% della case (40-50 città) in Ftth P2P) creando un’azienda nazionale in fibra. 5,4 md in quatto anni; 3) Flessibilità nel territorio: copertura di 10-15 città in Fthh P2P in partnership con aziende di rete locali. Ma secondo Caio “è il momento di essere ambiziosi”.

18 Maggio 2009