Diquattro: "Spotify al top anche in Italia"

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La manager: "Vogliamo diventare i primi in termini di utenti attivi". Il debutto tricolore promette bene: in appena due mesi il brand è già noto soprattutto fra i giovani

di Dario Banfi

Da due mesi in Italia, Spotify è già un fenomeno di massa. L’interesse suscitato si deve a un marchio oramai noto a livello mondiale, a 20 milioni di brani a catalogo e a un modo di ascoltare la musica che sta cambiando abitudini e strumenti. Ne parliamo con Veronica Diquattro, responsabile del mercato italiano dell’azienda.
Assumendo la guida di Spotify in Italia ha mollato Google. Un passo importante...soddisfatta?
Assolutamente. È l’unica azienda per la quale avrei abbandonato Google. È una sfida davvero entusiasmante e siamo soltanto all’inizio.
Come è arrivata a ricoprire questo ruolo? Non è che anche lei ha un Mba e poi è passata da McKinsey?
No, dopo essermi laureata in Bocconi sono andata in Sud America per curare il marketing online di una catena di alberghi in Perù e Bolivia, un’esperienza che mi ha permesso di entrare in Google, dove conta mettersi in gioco e avere esperienze internazionali. Arrivata in Irlanda ho passato due anni in Google e sono passata dall’advertising a seguire le strategie del market di Android, curando poi il rebranding di Google Play e seguendo mercati verticali, tra i quali quello dedicato alla musica. Infine sono arrivata qui, dopo essermi candidata, ovviamente online, a guidare Spotify in Italia.
Ed è un lavoro che non si fa da remoto…
No, sono passata da Dublino a Milano. È politica aziendale lavorare in loco per sviluppare la strategia e creare relazioni con partner locali per le attività di marketing e promozione. Il business development nel nostro Paese riguarda in questa prima fase accordi con le etichette e gli artisti, integrazioni di prodotto con partner di ogni settore, marketing online, relazioni pubbliche e vendita di spazi pubblicitari. Tutte cose che non si fanno soltanto usando Skype.
E lo sviluppo della parte tecnologica?
È nei laboratori in Svezia. Le singole country sono focalizzate sul mercato locale non sul prodotto.
Come svilupperete il business in Italia?
Per ora molto si basa sulla comunicazione e su azioni di comarketing e sponsorship di eventi poiché occorre prima far conoscere il marchio e i servizi. Per questi, tra l’altro, è necessario educare l’utente italiano alla musica on demand, spiegando le modalità d’uso e i vantaggi che offre Spotify. Sfrutteremo i canali di distribuzione dei partner locali, cercando accordi in ogni settore, a partire del mondo dei media e degli online retailer, per incentivare l’accesso e l’uso del prodotto in versione trial, una funzione che rappresenta un vero punto di forza del nostro servizio. A queste attività si sommano comunque partnership globali, come per esempio quella con Samsung, che ci consentono di avere applicazioni in versioni premium sui dispositivi mobili o sulle Smart Tv. Queste però sono azioni coordinate a livello corporate, visto che l’integrazione in boundling è difficile da realizzare in locale e avvengono solitamente a livello internazionale.
Sarete presenti di più a eventi virtuali o reali?
Non c’è una priorità. Le sponsorhip di eventi legati ad artisti, il lancio di nuovi album, tour e concerti sono fondamentali per noi. L’obiettivo è diventare il “player ufficiale” per le attività in streaming senza tralasciare comunque la presenza fisica nel luogo dell’evento. Dobbiamo fare in modo che Spotify sia associata alla musica, in ogni sua forma.
Il nostro è un mercato aperto?
Sì, credo ci sia spazio per noi in Italia. Siamo il più grande distributore mondiale di musica in streaming on demand e nonostante sia ancora “giovane” il brand è piuttosto noto nel nostro Paese. Sono già attivi 24 milioni di utenti worldwide, di cui 6 milioni a pagamento. Vogliamo diventare i primi in termini di utenti attivi anche sul mercato italiano, come avviene in Germania e Spagna. Oggi siamo in una fase di boom a livello d’immagine e nel business development: ogni giorno ricevo numerosi contatti e c’è passione intorno al brand, riconosciuto come giovane, nuovo, che sta cambiando il modo di ascoltare la musica. Il 12 febbraio abbiamo aperto la pagina Facebook e il canale Twitter: sono letteralmente esplosi con fan e follower superattivi.
E sul fronte business Spotify sta lavorando a integrazioni particolari?
Oltre alle soluzioni Samsung, oggi Spotify è disponibile attraverso strumenti in dotazione ad automobili Ford e Volvo. Dal punto di vista dello sviluppo, tuttavia, siamo ancora concentrati più sul prodotto che sulle sue integrazioni. La piattaforma si basa su tecnologie d’avanguardia, a partire dal cloud e dai sistemi di streaming, ed è oggi disponibile su Android, iPhone, iPod Touch, Windows, Symbian, Palm e Windows Phone 8, ma c’è ancora molto da fare. Come start-up siamo comunque aperti a tutto: le decisioni sono molto rapide, prese da un mese all’altro. Per esempio sul fronte della telefonia. È indubbio che sistemi di trasmissione ad alta velocità, come Lte per la telefonia mobile, potranno aiutare la diffusione del servizio e andranno seguiti con attenzione. Per ora, però, conta di più essere pronti nella copertura del servizio sulle piattaforme applicative, garantendo la compatibilità con i tablet, gli smartphone e i sistemi operativi di ogni tipo.
Lei utilizza molta tecnologia?
Provengo da un mondo interamente digitalizzato: uso Spotify 20 ore al giorno, lavoro in videoconferenza, uso Skype e passo gran parte del mio tempo tra gli hangout di Google. Non posso fare a meno della tecnologia, potrei avere serie crisi d’astinenza.
Ascolta molta musica?
Sì, con Spotify ne sto scoprendo moltissima nuova. All’inizio ho dovuto verificare la disponibilità del catalogo e ne ho ascoltata davvero tantissima. Amo quella italiana e lo ammetto, ci sono alcuni autori che preferisco, come Jovanotti.
Secondo lei, come potrà crescere il consumo di musica on demand?
Occorre che i consumatori comprendano che non ci sono rischi nell’impiego di tecnologie cloud e che i contenuti in streaming non si perdono. È una questione psicologica, che soltanto l’abitudine potrà cambiare, e che si scioglierà quando saranno chiari i vantaggi. Non dovremo più pensare a salvare Mp3, a farne copie o a passarle da un dispositivo all’altro. La facilità d’accesso è oggettiva: una volta acquistata, la musica è disponibile su ogni dispositivo abilitato al servizio. Basta un account, come se fosse un indirizzo e-mail. Senza contare la dimensione dell’archivio musicale a cui attingere: oltre 20 milioni di brani. Se fossero in formato Mp3 sarebbe necessario uno spazio infinito su disco. Spotify ne sposta in locale al massimo 10mila, ma lascia accesso all’intero database in modalità cloud.
È integrato anche al mondo dei social network?
Certo. La grande intuizione da cui è nato il servizio è che la musica è prevalentemente sociale. Divertimento, condivisione di brani con gli amici, su Facebook o fuori da Spotify, non potevano mancare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA 22 Aprile 2013

TAG: veronica diquattro, spotify

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