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Cloud, senza la nuvola nessun futuro per Facebook & co.

E’ andato in scena oggi a Milano il convegno sul cloud organizzato dal Corriere delle Comunicazioni. A dibattito i cio di alcune delle principali Ict company. Sacco (Bocconi): “L’Internet delle apps sta rivoluzionando il modo di comunicare e di fare business”. Prossimo appuntamento a Roma il 13 ottobre

21 Set 2010

Moda? Non proprio. La “nuvola” occupa già un posto d’onore
nel firmamento delle nuove tecnologie. Internet sta cambiando la
propria fisionomia a seguito del dilagare delle applicazioni.
Facebook, Twitter & co. altro non sono che cloud application. E il
loro successo, oltre che alla genialità della proposta, si deve
alla virtualizzazione delle risorse: senza la “nuvola” il
business non sarebbe stato tecnicamente ed economicamente
sostenibile. Questo in sintesi è quanto emerso nell'ambito
dell'odierno convegno "Cloud Computing –
Rivoluzione Informatica o vapor-ware
?" organizzato a
Milano dal Corriere delle Comunicazioni con il patrocinio di Club
Ti e con il supporto di T-Systems, Emc, Capgemini, Seeweb e Trend
Micro.

L'evento a cui farà seguito il prossimo 13 ottobre a Roma il
convegno "Cloud computing, soluzioni e opportunità
per la PA e le imprese
" è stato un'occasione per
fare il punto sull'evoluzione della "nuvola" con i
Cio di alcune delle principali aziende dell'Ict ossia con
l'universo dell'offerta. La tavola rotonda ha visto
presenti Antonio Baldassarra (ceo di Seeweb),
Massimo Boano (vicepresident Technology Services
Capgemini Italia), Carlo Caifa (Club TI),
Marco Maffè (business consultant T-Systems
Italia, scarica
qui l'intervento), Maurizio Martinozzi
(manager Sales Engineering Trend Micro Italy), Vito
Carlucci
(Sr. Technical Consulting EMC Emea),
Fabio Pirovano (Docebo srl), Romeo
Quartiero
(presidente di DS Group), Piero
Rivizzigno
(Ceo di Glossom).

A scattare la fotografia del settore ci ha pensato
Francesco Sacco (scarica
qui la relazione del convegno), professore di Strategia
aziendale presso l'Università dell'Insubria e Managing
Director del Centro di ricerca EmtER, Università Bocconi. Qui di
seguito pubblichiamo l'intervento che il professor Sacco ha
scritto in occasione dello Speciale Cloud pubblicato sul
numero 15 del Corriere delle Comunicazioni.

L'INTERVENTO DI FRANCESCO SACCO
Chi avesse voluto una prova della crescente importanza del cloud
computing, quest’estate avrebbe avuto una ghiotta opportunità
seguendo lo scontro tra Hp a Dell per l’acquisizione di 3Par.
Fondata nel 1999 e quotata nel 2007, 3PAR è passata in 3 anni da
38 milioni di dollari di fatturato a 194 milioni offrendo servizi
di storage nel mercato del cloud computing. Sebbene quotasse 9,65$
per azione, le offerte per acquisirla in poche settimane sono
lievitate da 18$ a 33$: un’acquisizione da più di 2 miliardi di
dollari quando l’intero settore ne fattura 5 e nonostante gli
ultimi tre anni in perdita. È stata una gara sconsiderata?
Difficile crederlo dato che entrambi conoscono bene il mercato: Hp,
con una quota di mercato di circa l’11%, è il terzo player al
mondo nel settore dello storage e Dell il quarto (9,4%). Ma 3Par,
che ne controlla appena lo 0,6%, è un attore strategico nel
firmamento del cloud computing.

In sé, il cloud computing non è un concetto così nuovo da
sembrare rivoluzionario. È parente del modello time-sharing degli
anni ’60, dell’application hosting degli anni ’80 come degli
Asp di fine anni ’90. Il suo potenziale però è del tutto
diverso rispetto a quello dei suoi affini perché si ripresenta
offrendo una complessità gestionale enormemente più bassa,
prestazioni notevoli a costi molto bassi e, soprattutto, in un
contesto molto diverso.

Il mondo da allora è profondamente cambiato. La rivoluzione della
“convergenza” sta trasformando l’Ict, i media e i settori
contigui. Convergono le reti di accesso, i servizi, i device, i
mercati e anche i loro attori. Ma soprattutto i numeri sono
diversi. Ci sono quasi 2 miliardi di utenti di Internet al mondo,
un terzo della popolazione mondiale, e di questi alla fine del 2010
la metà sarà in mobilità. È una massa critica sufficiente per
innescare un cambiamento genetico che digitalizza i contenuti e
sposta sempre di più online il baricentro dell’IT. Da questo
punto di vista non stupisce che globalmente il traffico su Internet
cresca del 38% all’anno, quello in mobilità addirittura del 131%
e la domanda di storage del 50%.

Non è però soltanto una questione di numeri. Sta cambiando anche
Internet, un po’ influenzata e un po’ influenzando questi
numeri. Facendo molto discutere, la rivista americana Wired ha
titolato la copertina di agosto “The Web is dead” per intendere
che l’Internet vissuta navigando dal browser sta ormai declinando
e le applicazioni che usano i protocolli di Internet per comunicare
(Skype, Dopbox, Pandora, Evernote e migliaia di altre), la stanno
sostituendo. Il numero medio di applicazioni collegate a Internet
per pc nell’ultimo anno è aumentato del 60%, arrivando a 18. Ma
soprattutto l’esplosione delle applicazioni sono causa ed effetto
del successo di Apple, prima con l’iPhone e il Touch, poi con
l’iPad. Ne sono stati venduti 120 milioni e se ne aggiungono
230.000 al giorno. Una chiave del loro successo sono le 250.000
applicazioni sin qui create: in appena 3 anni ne sono state
scaricate più di 6,5 miliardi, facendo sì che da questa estate
Linux non sia più il terzo sistema operativo per diffusione
online, ma iOS, il sistema operativo di iPhone e iPad.

È l’Internet delle apps che sta cambiando l’editoria ma anche
il modo di comunicare, di accedere alle informazioni e ai servizi.
E questa Internet funziona soprattutto grazie al cloud computing,
che permette tempi di sviluppo molto rapidi, fornisce elevate
garanzie di disponibilità a costi bassi e con un accesso ubiquo da
device diversi. Facebook, Twitter e la quasi totalità dei social
network e delle applicazioni del Web 2.0 sono cloud applications.
Se non fosse stato così, sarebbe stato impossibile che l’anno
scorso il numero di utenti dei social network e il tempo speso
usandoli superasse i rispettivi dati per la posta elettronica, non
solo per ragioni tecniche, ma perché finanziariamente
insostenibile dati i loro modelli di business.

Tutto ciò fa verde il futuro del cloud, non solo perché
intrinsecamente più ecologico, ma anche perché la sua diffusione
sembra dilagante. Se il cotè più innovativo del mercato IT non ha
più dubbi verso il cloud ma richieste, il suo mercato è sempre
più ampio: la Casa Bianca ha lanciato da poco www.apps.gov, un
cloud per le pubbliche amministrazioni; l’esercito americano
l’ha già adottata come architettura preferenziale; in sanità ci
sono le prime applicazioni interamente basate sul cloud; il mondo
della ricerca sta inventando nuovi paradigmi per sfruttarne
l’enorme potenza di calcolo e di archiviazione. Le previsioni
dicono che il solo fatturato dei public cloud services passerà dai
16,5 miliardi di dollari del 2009 a 55,5 miliardi entro il 2014. Al
2009 la sua adozione in Europa è la metà degli Usa (2% contro il
4%) ma le intenzioni di adozione praticamente le riallineano al 20%
del mercato, composto dal 26% delle grandi imprese, dal 19% delle
medie e dal 14% delle piccole, confermando la trasversalità della
sua offerta.

Naturalmente, i cieli del cloud non sono popolati soltanto da
nuvolette rosa. Restano problemi non trascurabili in rapporto alla
sua sicurezza, alla mancanza di standard, alle garanzie delle
performance e della disponibilità, di natura legale. Ma la
semplificazione che porta con sé, ancor più che della riduzione
dei costi, è in sé una ragione sufficiente di adozione per la
maggior parte delle aziende. Resta adesso da capire come, davanti a
servizi cloud sempre più articolati per tipologia di offerta e di
offerenti, le imprese se ne giocheranno l’opportunità, che è
strategica più che tecnica per il potenziale dirompente di
innovazione che può abilitare e che è ancora soltanto in nuce. Ci
sono le premesse perché le imprese italiane vi guardino come
all’occasione per un leapfrogging che permetta di recuperare il
distacco accumulato in passato. È un auspicio, ma la scarsa
crescita della produttività del sistema produttivo italiano ne
avrebbe proprio bisogno.