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Pizza, mafia e scooter. E’ polemica sull’app

Levata di scudi contro lo slogan, contenuto in un’applicazione per iPhone e iPad, che associa l’Italia alla mafia. E intanto la malavita organizzata utilizza Skype per sfuggire alle intercettazioni dei magistrati

28 Set 2010

E' polemica sulla Rete per l'applicazione per iPhone e iPad
che identifica l'Italia come la terra di "Pizza, mafia e
scooter". Mentre sul Web si accende una polveriera di commenti
la questione approda anche in Parlamento con un'interrogazione
al ministro dell'Interno presentata dalla capogruppo del Pd
nella commissione Antimafia, Laura Garavini: "Non si fa
pubblicità con la mafia – dice Garavini -. Il governo intervenga
immediatamente".

Su ‘What Country’, un'applicazione per iPhone e iPad che
promette di far conoscere qualunque nazione del mondo tramite foto
e fatti, la Spagna viene rappresentata da gente calorosa e paella,
la Francia da piazze romantiche e vino, la Svizzera con banche e
cioccolata. E l'Italia, appunto, dall’associazione
pizza-mafia. L'azienda di Steve Jobs non è direttamente
coinvolta nello sviluppo dell'applicazione – è in vendita su
iTunes per 79 centesimi di euro – che è stata creata da
un'azienda terza, la Apalon.

La declinazione italiana dell'applicazione ‘What Country’
suscita commenti contrapposti sul Web. "Non era meglio
associare pizza e moda? " dice Giuseppe Marotta, imprenditore
alimentare. Ma molti internauti si associano allo spirito
dell'applicazione: "Non si può negare
l'evidenza".

E se il web ironizza sulla mafia, la malavita organizzata dal canto
suo si serve della rete per perseguire i propri illeciti. Finita
l'epoca dei rudimentali pizzini alla corleonese, i mafiosi per
sfuggire alle intercettazioni degli inquirenti, usano Skype, uno
dei software che  permette di parlare via internet e che impedisce
interferenze.

Durante la comunicazione Skype trasforma la voce di chi parla in
tanti pacchetti di dati digitali che viaggiano in rete. I dati
però vengono criptati in base a un algoritmo segretissimo
inventato dai programmatori di Skype. I quali continuano “ a
negare questi algoritmi cifrati, nonostante le svariate richieste
che arrivano dalle autorità giudiziarie di tutto il mondo,
rendendo impossibile agli investigatori ogni tentativo di
intercettazione”, spiega dalle colonne di Repubblica Maurizio de
Lucia, sostituto procuratore della Direzione Nazionale Antimafia.
Il magistrato auspica pertanto delle modifiche legislative alla
legge sulle intercettazioni telematiche.