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LO SCONTRO

Sarà rivoluzione digitale o no? La riforma PA infiamma i partiti

Pin unico, taglio alle partecipate e maggiore trasparenza. Per il Pd i decreti licenziati dal Cdm rappresentano una svolta: “L’Italia sarà più semplice e più efficiente”. Ma il centrodestra non ci sta. Brunetta: “Renzi fa solo demagogia, quei provvedimenti portano la mia firma”

21 Gen 2016

Sarà vera rivoluzione digitale o non sarà? La riforma della PA infiamma la politica. Centrosinistra e centrodestra hanno idee molto diverse sugli effetti che i decreti licenziati in via preliminare dal Cdm di attuazione ddl Madia.

Per il Pd la riforma apre la strada a un’Italia più semplice, più giusta e più efficiente.

“Grazie ai decreti attuativi della riforma Madia, abbiamo un’Italia più semplice ed efficiente – commenta la deputata dem Alessia Rotta – La PA è storicamente vista dai cittadini e dalla imprese come un ostacolo ai diritti e alle opportunità, quasi un avversario da battere. Oggi diventa un partner per la vita quotidiana di chi vive e lavora nel nostro Paese con interventi chirurgici sulle cose che non funzionavano e liberando il potenziale di buone energie delle pubbliche amministrazioni”.

“La cittadinanza digitale mette le tecnologie al servizio dei cittadini, permettendo di interagire con la PA in maniera semplice e immediata. Le nuove regole sulle società partecipate – prosegue – permettono di fermare sprechi e privilegi, mettendo le risorse pubbliche al servizio della collettività. L’allontanamento immediato dalla PA di chi truffa i cittadini nel più squallido dei modi è un atto dovuto in un Paese civile. L’apertura dei dati e dei documenti rende la PA una casa di vetro, allontanando corruzione e sprechi. Buone notizie per cittadini e imprese”.

Sulla stessa lunghezza d’onda, il capogruppo Pd in commissione Affari Costituzionali Emanuele Fiano.“Oggi si fa un decisivo passo avanti verso l’ammodernamento della nostra PA per una sempre maggiore efficienza e qualità dei servizi ai cittadini – evidenzia – Gli 11 decreti attuati emanati dal Consiglio dei Ministri riguardano infatti parti essenziali della Riforma della nostra pubblica amministrazione, tra le quali la disciplina sui dipendenti pubblici, la riduzione a 4 delle 5 Forze dell’Ordine, l’affidamento dei servizi pubblici locali con modalità competitive e il riordino delle società controllate”.

Per il deputato dem e responsabile nazionale PA del Pd, Ernesto Carbone “la riforma Madia accorcia finalmente le distanze tra cittadini e pubblica amministrazione perché il suo unico obiettivo è quello di rendere l’Italia più semplice ed efficiente”.

“Azzerare le distanze- aggiunge – vuol dire dati accessibili a tutti, vuol dire tagliare gli sprechi, vuol dire meno burocrazia e più tempo per il fare, vuol dire punizione certa per chi truffa la pubblica amministrazione. La pubblica amministrazione è risorsa di tutti. Accedere più facilmente ai suoi servizi significa restituire ai nostri cittadini uno dei loro patrimoni.”

Di tutt’altro avviso il centrodestra. Secondo l’ex ministro della PA e capogruppo di FI alla Camera, Renato Brunetta, Renzi cambia tutto per non cambiare nulla.

“Quelli approvati stanotte dal Consiglio dei ministri .- spiega Brunetta – sono decreti legislativi, non sono decreti legge. Devono passare ancora per il Parlamento, ci vorrà un mese, due mesi, bisogna vedere il merito, perché le insidie sono nel merito. Adesso Renzi e i suoi cavalcano gli umori della gente, ma non dicono la verità, non dicono che le leggi per licenziare gli assenteisti già ci sono: portano il nome Brunetta-Berlusconi”.

Raffaele Fitto, leader dei Conservatori e Riformisti, pone l’accento sul taglio alle partecipate giudicandolo non sufficiente. “Sulle partecipate , forse l’ultimo pericoloso esempio di intreccio tra politica ed economia, a danno del mercato e dei cittadini-consumatori-utenti, non bastano misure spot di valore marginale – dice – Nell’immediato, non bastano blandi incentivi ad aggregare. Servono anche le sanzioni: riduzione dei trasferimenti, responsabilità personali degli amministratori locali e delle partecipate, fino al commissariamento, prevedendo però come potere sostitutivo non il presidente della Regione ma il ministero dell’Economia. E, in prospettiva, – conclude Fitto – l’unica soluzione è avere come regola – praticamente senza eccezioni – la competizione e la gara per lo svolgimento di un servizio, ponendo fine ai servizi “in house”, cioè affidati senza competizione a una partecipata”.