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Volpi: “Non basta risparmiare. È ora di investire in IT”

Il deputato della Lega Nord accusa la mancanza di una visione strategica per la PA digitale: “Servono convenzioni ad hoc con le imprese per rendere più convenienti gli acquisti informatici”

31 Ott 2011

"Lo sforzo del ministro Tremonti di rientrare dal debito è
lodevole. Ma ora è arrivato il tempo di pensare alla crescita del
Paese". Raffaele Volpi, deputato della Lega
Nord e membro della commissione Affari costituzionali della Camera,
non ha peli sulla lingua e critica la politica di contenimento
della spesa che frena lo sviluppo della PA digitale.
Tremonti ha stoppato le iniziative di Brunetta su pagamenti
elettronici e Cieper i dipendenti pubblici. A suo avviso quali
saranno gli effetti sul piano E-gov 2012?

Al di là dei no ai singoli progetti – che pure servirebbero a
sbloccare la situazione di stallo in cui versa il processo di
digitalizzazione – a preoccuparmi è la mancanza di una visione
strategica sull’innovazione per colpa della quale non è stato
dirottato l’extragettito dell’asta Lte all’Ict e, adesso,
sono state bloccate le iniziative di Brunetta. È finito il tempo
in cui le tecnologie erano uno strumento di risparmio economico per
i processi pubblici; è ora che l’innovazione diventi la
filosofia che ispira le strategie di sviluppo di questo Paese. Ecco
perché la Lega Nord ha presentato in commissione Trasporti e Tlc
della Camera una risoluzione per chiedere che parte di quei fondi
vadano alla banda larga: le autostrade “elettroniche” sono
l’ossatura primaria dell’Agenda digitale. Non si fa la PA
digitale senza e reti di Tlc veloci, sia perché i servizi non
funzionerebbero sia perché, laddove permanesse un forte digital
divide, milioni di cittadini resterebbero esclusi da un processo a
forte valenza modernizzatrice.
Però Tremonti dice che i soldi non ci sono. Cosa si può
fare, in concreto, per evitare la dèbacle digitale?

Prima di tutto bisogna che a Comuni e PA centrali venga data la
possibilità di spendere i fondi bloccati dal patto di stabilità.
Si tratta di una cifra che oscilla tra i 3 e i 4 miliardi di euro
che darebbe fiato ai servizi pubblici ma anche alle economie dei
territori. Se spesi efficacemente in progetti Ict si avrebbero
ricadute sull’efficienza della macchina pubblica e
sull’occupazione.
Ma Tremonti non è intenzionato a derogare al patto di
stabilità.

Si potrebbe pensare di rendere più conveniente per la PA comprare
tecnologie informatiche tramite convenzioni con le imprese oppure
attraverso forme di defiscalizzazione per gli enti che comprano
innovazione. Nel primo caso serve la collaborazione dei
privati.
Lei crede che i player dell’Ict siano disposti a fare
“sconti” alla pubblica amministrazione?

Lo devono essere se vogliono – come sento dire da più parti di
Confindustria- contribuire all’uscita dalla crisi. Le aziende
hi-tech, in questo momento storico più che in passato hanno la
responsabilità sociale di creare le condizioni perché il mercato
sappia rispondere alle necessità degli enti pubblici che vogliono
innovare.
In che modo?
Diventando “sponsor” dell’IT sul territorio e sviluppando
soluzioni in linea con la domanda e con parametri di
interoperabilità e riuso: i prodotti devono mettere i sistemi
delle diverse pubbliche amministrazioni nelle condizioni di
scambiarsi i dati e assicurare l’adattabilità da ente a ente. Si
tratta di una modalità che permetterebbe di innovare a costi più
ragionevoli e far fruttare i budget ridotti di cui dispongono oggi
le pubbliche amministrazioni.
Ma dietro a questo ci deve essere una governance dell’IT più
chiara. In commissione Affari costituzionali abbiamo chiesto più
volte e in maniera bipartisan una cabina di regia che servirebbe ai
privati per avere un interlocutore ben identificabile e nello
stesso tempo agli enti pubblici per avere a disposizione una sorta
di “cassa di risonanza” dove far conoscere e diffondere le best
practice, puntando a farle diventare sistema.

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