Space economy, la pubblicità nuova frontiera del business? - CorCom

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Space economy, la pubblicità nuova frontiera del business?

Lanciare in orbita piccoli satelliti provvisti di schermi in grado di riprodurre cartelloni virtuali visibili dalla superficie terrestre. O utilizzare messaggi morse attraverso raggi laser leggibili attraverso le telecamere degli smartphone. Le idee non mancano e alcune sono anche di vecchia data. Ma il 2022 potrebbe rivelarsi l’anno clou. A patto di risolvere le questioni legate alla regolamentazione

28 Dic 2021

Nicola Desiderio

La pubblicità è l’anima del commercio è un motto che potrebbe mantenere la sua validità anche all’interno della Space Economy. E l’anno buono potrebbe il 2022. Lo afferma provocatoriamente un articolo di Tom Cassauwers sul sito di Al Jazeera, emittente satellitare che trasmette da Doha in Qatar, che ripercorre anche la storia dei prodotti che hanno accostato il loro marchio allo spazio attraverso la pubblicità.

Ma se finora si è parlato di operazioni di immagine messe in atto con media “terrestri”, dal prossimo futuro potremmo vedere forme di comunicazione commerciale che si servono del cielo per fare arrivare i loro messaggi all’immenso pubblico dell’intero globo grazie a satelliti attrezzati per creare sulla sfera celeste o sulla superficie terrestre enormi cartelloni pubblicitari. La prospettiva è aperta fondamentalmente da due fattori: il crollo dei prezzi di invio di vettori e sistemi nello spazio e la crescita esponenziale degli interessi privati che potrebbero trovare proprio nella pubblicità “spaziale” uno strumento per finanziare la loro ormai frenetica attività.

E secondo l’imprenditore russo Vlad Sitnikov ci sarebbe la fila per vedere il proprio nome stampato sul cielo. Nel 2019 Sitnikov, proprietario di un’agenzia pubblicitaria, ha chiesto allo Skolkovo Institute of Science and Technology di Mosca di lavorare all’idea e la soluzione proposta è stata lanciare in orbita piccoli satelliti provvisti di schermi in grado di riprodurre insieme un cartellone pubblicitario virtuale largo 50 km e visibile dalla superficie terrestre. Ha dunque creato una startup denominata StartRocket e immagini di presentazione con il marchio di una famosa bibita suscitando effetti contrastanti: da un lato clienti potenziali pronti a pagare grosse cifre, dall’altro reazioni di odio provenienti da tutto il mondo che hanno costretto Sitnikov a desistere dal suo intento.

I motivi di tale odio sono l’aumento ulteriore dell’inquinamento luminoso senza contare gli ulteriori problemi di affollamento che, insieme ai detriti, sta creando non pochi problemi. Stessa ondata di critiche ha ricevuto la canadese Geometric Energy Corporation canadese che si prepara a lanciare un piccolo satellite con un tanto di cartellone pubblicitario da inviare in orbita con un razzo SpaceX. Di sicuro, intraprendere un business “sporco” oggi non rappresenta una buona idea, soprattutto se si parla di comunicazione. Ma c’è chi ci crede, come la start-up giapponese Ale che vorrebbe lanciare dallo spazio, a scopo promozionale, piccole palle pronte ad incendiarsi entrando nell’atmosfera ricreando l’effetto delle comete e delle stelle cadenti. La RocketLab, start-up specializzata in microsatelliti, per farsi pubblicità nel 2019 mandò in orbita un satellite a forma di palla denominato Humanity Star.

Eppure l’idea di fare pubblicità nello spazio – o avendo lo spazio come sfondo – è tutt’altro che nuova. Nel 1996 la Tang Drinks, che forniva le sue bibite agli astronauti coinvolti nelle missioni Gemini, concluse con la Nasa un accordo che prevedeva l’utilizzo di immagini provenienti dalla spazio per pubblicizzare prodotti destinati al pubblico terrestre. Prima ancora, due illustri compagnie di bevande avevano sviluppato negli anni ’80 lattine spaziali adatte ad essere utilizzate nella microgravità e una di esse ha anche inviato sulla stazione spaziale Mir un’enorme lattina portata a spasso nel vuoto da due astronauti spaziali con tanto di annuncio pubblicitario, per 5 milioni di dollari. Negli annali ci sono anche una famosa industria fotografica, che vanta nella propria comunicazione la propria collaborazione decennale con la Nasa, e una catena di ristorazione che nel 2000 ha pagato un milione di dollari per vedere il suo logo stampato su un razzo russo.

L’utilizzo a fini pubblicitari dello spazio, al pari di quello commerciale in senso più ampio, pone problemi di regolamentazione per l’uso dello spazio esterno. L’Outer Space Treaty stabilisce che lo spazio è un bene comune globale e non parla del suo possibile utilizzo pubblicitario in modo specifico, “ma – come ricorda la professoressa emerita Joanne Gabrynowicz, direttrice dell’International Institute of Space Law – l’articolo 9 richiede che ciascun firmatario tenga debitamente conto degli interessi degli altri firmatari ed eviti interferenze dannose alle attività spaziali delle altre nazioni”. Negli Usa c’è una legge nazionale approvata negli anni ’90 che vieta ogni attività spaziale che possa essere considerata ostrusiva, ovvero ostacoli l’osservazione astronomica. È proprio per questa norma che la rete Starlink di Space è oggetto di contestazione legale e per cui potrebbe esserlo iniziative di tipo pubblicitario.

Dunque come si farà a fare pubblicità dallo spazio? Prima o poi sicuramente sì. Anche lo stesso Sitnikov non si è perso d’animo e, dopo aver fuso la sua StartRocket con un’altra start-up russa, ha lanciato un’altra idea: inviare verso la Terra messaggi morse attraverso raggi laser emessi da piccoli satelliti e leggibili attraverso le telecamere degli smartphone. Secondo l’imprenditore russo potrebbe essere un metodo di diffusione di messaggi anche in nazioni prive di regimi democratici come Iran, la stessa Russia o la Corea del Nord. Una sorta di Radio Londra con tanto di spot, non solo del mondo libero, ma di tutti i marchi che, se non proprio l’anima, rappresentano la parte impalpabile del commercio.

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