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Alberto Quadrio Curzio: “L’Italia ha bisogno di forte relazione fra innovazione e mercato”

L’economista, all’evento della Fondazione Edison, ha acceso i riflettori sulla necessità di un nuovo “modello” per sostenere imprese e mondo della ricerca. “Istituti Fraunhofer potrebbero rappresentare giusta ispirazione”

20 Mag 2014

Domenico Aliperto

Non è solo una questione di termini. Tra la parola ricerca e l’espressione innovazione tecnologica c’è tutto quel gap che l’Italia è chiamata a colmare, se intende conservare la propria vocazione manifatturiera e trasformarla in un fattore critico di successo nell’economia globale. Almeno così la pensano i vertici di Airi (Associazione italiana per la ricerca industriale), che stamattina a Milano, presso la Fondazione Edison, hanno presentato il libro “Le key enabling technologies” (Guerini, 139 pagine, 16,50 euro). Si tratta di un compendio curato da Sesto Viticoli e Luigi Ambrosio che fa luce sui tipi di tecnologie capaci di abilitare il made in Italy nell’ambito del progetto europeo Horizon 2020, che ha proprio l’obiettivo di costruire a livello comunitario un collegamento (o meglio un network) tra i centri di ricerca e i poli produttivi, tra innovazione e mercato. Le Key enabling technologies (Ket) sono, secondo lo studio, quelle che fanno capo alla micro e nanoelettronica, le nanotecnologie, le biotecnologie industriali, la fotonica, i materiali avanzati e le tecnologie di produzione avanzata. Gli ambiti applicativi? Praticamente tutti quelli che hanno reso e che ancora rendono il manifatturiero italiano sinonimo di alta qualità su scala globale. Dal fashion all’arredo, fino alla meccanica (sia quella grande che quella di precisione), passando per il farmaceutico, il chimico, e il metallurgico. “E sì che secondo l’Europa”, ha detto Marco Fortis, docente di Economia industriale all‘Università Cattolica di Milano, “l’Italia avrebbe una specializzazione industriale sbagliata, considerato il contesto delle economie emergenti”.

L’evento è stato l’occasione per provare a smentire quest’assunto – a patto che nel sistema venga introdotta una buona dose di hi tech – ma anche per ricordare alcuni primati ed eccellenze delle attività produttive tricolori, che potenziate dalla nuove tecnologie potrebbero davvero raggiungere standard elevatissimi e traghettare il Paese fuori dalla crisi. Se Sergio Dompé, presidente dell’omonimo gruppo biofarmaceutico, ha spiegato che il settore al quale fa capo esporta il 70% di quanto produce all’estero, Fortis ha sottolineato che in tre anni il valore assoluto delle esportazioni, sempre in ambito farmaceutico, è aumentato di 7 miliardi di dollari. Ma Dompé ha anche citato il caso di G.D, azienda bolognese (leader mondiale nella creazione di macchinari per il confezionamento di sigarette), che è appena stata scelta dal gigante del tabacco Philip Morris per produrre in loco una nuova generazione di sigarette che non bruciano tabacco e che quindi abbattono gli effetti nocivi sulla salute del fumatore. Una rivoluzione possibile solo alla tecnologia di stampa di precisione in 3D sviluppata da G.D.

Per non andare troppo lontano, Umberto Quadrino ha raccontato che dopo l’acquisizione di Avio da parte di GE Aviation, il gigante americano ha puntato su Cameri, in provincia di Novara, per l’avvio del primo stabilimento di componentistica aeronautica basato anch’esso sulle tecnologie di stampa 3D. “Si tratta di qualcosa che nel giro di pochi anni rivoluzionerà completamente distribuzione e logistica”, ha commentato Dompé. “In un prossimo futuro i pezzi di ricambio potranno essere stampati direttamente nel sito produttivo, semplicemente ricevendo via Internet i file contenenti istruzioni da impartire alla macchina elaborate nei centri specializzati”. Secondo Pietro Palella, numero uno di STMicroelectronics, sta proprio in quest’opportunità il vantaggio competitivo per Paesi come l’Italia che, a differenza dei mercati emergenti, hanno un costo del lavoro più alto bilanciato però dalla creazione di valore aggiunto. “Valore aggiunto che va abilitato con la tecnologia”, ha ribadito Palella, che ha pure sottolineato come la micromeccanica a base di silicio creata da STMicroelectronics per tutti i produttori di device mobili è realizzata ad Agrate Brianza, in uno stabilimento che trasforma in realtà l’innovazione sperimentata nel centro di ricerca di Cornaredo, sempre in provincia di Milano.

La roadmap, insomma, è chiara, ma rimane il più grosso dei problemi: come rendere queste e altre case history la regola italiana. “Abbiamo bisogno di un ponte di collegamento tra la macroeconomia e le esigenze delle imprese, abbiamo cioè bisogno di un’analisi strutturale che metta in relazione spinta all’innovazione e mercato”, ha detto l’economista Alberto Quadrio Curzio. “Posto che personalmente ritengo che il Cnr vada profondamente rivisto, credo che un modello potremmo ricercarlo negli Istituti Fraunhofer (60 strutture per 18 mila ricercatori, ndr), che in Germania sono diventati i riferimenti tecnologici per le piccole e medie imprese tedesche, le quali affidano a loro i propri piani di sviluppo. In questo modo si salda quell’anello mancante tra ricerca ed economia. Per il momento in Italia ne abbiamo solo uno, a Bolzano”. Anche per Renato Ugo, presidente di Airi, la vicinanza tra i centri di ricerca pubblici e le Pmi è fondamentale. “Non so quanto possiamo contare sulla politica”, ha ammesso Ugo. “Io stesso quando ho ricoperto la carica di presidente dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione, mi sono dovuto scontrare col fatto che le strategie di ricerca negli ultimi anni sono state delineate dal ministero dell’Economia di concerto con la Ragioneria dello Stato. Purtroppo anche a livello comunitario abbiamo scontato per troppo tempo un’impostazione secondo la quale scienza e competitività si trovano su due piani distinti. Con il progetto Horizon 2020 finalmente si è infranto questo tabù, e se riusciamo a infondere, anche con piccole iniezioni, questo siero nelle Pmi e nei centri di ricerca italiani (senza escludere le multinazionali, che abbiamo sempre trattato malissimo), saremo in grado di abilitare il cambiamento”.

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