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Rete Telecom, Bernabè-Caio uno a zero

Il superconsulente del governo allunga i tempi di consegna del rapporto

E il numero uno di Telecom riesce a tenersi stretto il controllo della rete. Per ora.


05 Mar 2009

L’ultimo consiglio di amministrazione di Telecom Italia potrebbe
essere ricordato come quello dell’affrancamento di Franco
Bernabè, dopo un anno vissuto sotto il peso di vincoli e incognite
di ogni tipo. In un colpo solo l’amministratore delegato è
riuscito a portare agli azionisti risultati economici nettamente
superiori alle attese (che hanno consentito perfino di pagare il
dividendo) e a mettere la parola fine al tormentone dello scorporo
della rete. Quell’operazione, dicono oggi quasi tutti, non si
farà. Anzi, non è più neppure all’ordine del giorno. Può
anche darsi che queste affermazioni non riflettano del tutto lo
stato delle cose e che siano ancora in corso trattative informali e
sotterranee pronte a riemergere nei prossimi mesi. Quel che è
certo, tuttavia, è che un’eventuale separazione proprietaria
della rete non potrà avvenire contro la volontà del numero uno di
Telecom. Se mai si farà, l’operazione dovrà essere contrattata
per filo e per segno con l’ex monopolista telefonico. È
difficile immaginare un segnale più significativo del
rafforzamento di Bernabè. Solo poche settimane fa l’ex ad
dell’Eni sembrava rischiare seriamente di dover abbandonare in
modo traumatico per la seconda volta (la prima fu ad opera di
Roberto Colaninno, nel 1998) il timone di Telecom, magari sotto il
peso del rapporto sulla banda larga che il governo ha commissionato
all’ex amministratore delegato di Omnitel e di Cable&Wireless,
Francesco Caio.

L’idea era che un’eventuale scelta di campo netta a favore
dello scorporo proprietario della rete avrebbe scavato la terra
sotto i piedi a Bernabè, dal momento che ne sarebbe scaturita una
fase di contrasti forse incomponibili fra i suoi azionisti. Da una
parte quelli favorevoli alla creazione di una nuova società da
quotare in borsa (con il beneficio di importanti flussi finanziari
per gli investimenti di Telecom e per la stabilità delle banche
azioniste di Telco), dall’altra Telefonica, preoccupata delle
ripercussioni di una scelta del genere sulla regolamentazione negli
altri paesi europei, Spagna in testa.
Le cose stanno andando invece ben diversamente. Tant’è che il
rapporto di Caio tarda in modo sorprendente. Al momento in cui
chiude questo numero del Corriere delle Comunicazioni si dice che
dovrebbe arrivare nel giro di qualche giorno, ma è almeno la terza
o quarta volta in due mesi. Se si fa attendere è verosimilmente
perché i margini per lo scorporo si sono fatti più stretti,
rendendo l’attesissimo rapporto un motivo di imbarazzo non più
per Bernabè, ma per chi lo ha scritto.

Se non ci sarà una scelta netta in favore dello scorporo della
rete, infatti, che cos’altro potrà giustificare il clima di
attesa che ha circondato finora quel documento? L’analogo lavoro
fatto da Caio per il governo inglese mise l’accento soprattutto
sulla necessità di far marciare di pari passo la realizzazione
della rete in fibra ottica e quella dei contenuti da farci passare
dentro, evitando così il rischio di spendere montagne di soldi per
costruire autostrade destinate a restare prive di automobili. In
Italia, purtroppo, questo rischio è forse ancora più grande che
in Inghilterra, visto che i servizi necessari ad attirare gli
utenti sulla banda larga (a partire da quelli della Pubblica
amministrazione, ma il discorso si potrebbe allargare anche alla tv
via Internet) sono ancora tristemente al palo. Ora si tratta di
capire che cosa possono e vogliono fare gli attori di questa
vicenda per favorire lo sviluppo delle connessioni broadband nel
nostro paese. La Telecom di Bernabè ha scelto di bandire ogni
commistione fra il ruolo del distributore e quello di fornitore di
contenuti, rinunciando una volta per tutte all’ipotesi media
company tanto cara alla gestione di Marco Tronchetti Provera
(durante la quale erano state addirittura commissionate prove di
palinsesti Telecom da mandare via Internet). Da questo punto di
vista la posizione di Bernabè è così chiara che più non si
potrebbe. “La media company – ha detto in un’intervista al Sole
24 Ore il giorno stesso del cda – richiede competenze ed esperienze
che noi non abbiamo. Il nostro compito è di mettere a disposizione
l’infrastruttura, punto”. Precisazione che introduce un altro
tema caldo e sensibile per il destino della rete: quello dei
rapporti fra Telecom e i fornitori di contenuti, Mediaset in testa.
Le voci dei mesi scorsi volevano che proprio la tv della famiglia
del presidente del Consiglio fosse in pressing per lo scorporo
della rete, considerata un canale strategico per contrastare nel
medio periodo l’avanzata di Murdoch e l’attacco che
quest’ultimo ha portato alla tv generalista attraverso il
satellite. Quale migliore garanzia di una rete totalmente neutra, o
forse perfino partecipata dalla stessa Mediaset? Ammesso che le
cose stessero davvero così, l’aria dev’essere nettamente
cambiata anche su questo fronte, visto che è di pochi giorni fa
l’annuncio di un accordo fra Telecom e Mediaset per consentire
l’accesso ai programmi a pagamento dell’offerta Mediaset
Premium, proprio attraverso Alice Home Tv. È la dimostrazione, se
mai ve ne fosse bisogno, che per chi vuole fare la tv via Internet
avere la rete in mano a Telecom non rappresenta un problema.

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